Il Pd ha perso i suoi elettori perché ha perso i suoi ideali, le associazioni di riferimento, gli intellettuali di riferimento, le sue basi culturali. Li ha persi nome dei suoi stessi malintesi ideali, per stare giustamente al passo (nel modo sbagliato, ingannati dal neoliberismo) con la modernità.

È nato come il “partito della Costituzione”. Ma poi ha litigato con la stragrande maggioranza dei costituzionalisti italiani, persino con i partigiani. Lo ha fatto varando, con una maggioranza parlamentare eletta in modo incostituzionale, una modifica in senso autoritario (certamente non in senso liberale) di un terzo della Costituzione. Ma l’Italia non ha bisogno di più leggi, in fretta. Ha bisogno di leggi migliori, fatte con attenzione, da parlamentari e istituzioni veramente sotto il controllo di chi detiene la sovranità. L’esatto contrario dell’idea di Renzi (e, prima di lui, gli altri nipotini di Veltroni: Letta, ecc.).

Ha ignorato o manipolato la domanda di moralizzazione del sistema politico (ridurre gli stipendi dei parlamentari) riducendola a una questione di costi (ridurre il numero dei parlamentari). A una domanda di “più democrazia” ha risposto: “riduciamo le istituzioni di controllo della democrazia”. La Rai e la pubblica amministrazione sono ancora politicizzate, perpetuando una soffocante “dittatura della mediocrità” premessa di ogni corruzione.

È nato come il “partito della giustizia sociale”, ma ha poi litigato con tutti gli economisti neo-keynesiani, e con il sindacato, perché ha preferito l’euro e il neoliberismo di Maastricht. A causa delle pressioni innescate dall’euro ha dovuto varare fra l’altro:

– il “pareggio in bilancio” in Costituzione, sancendo la rinuncia alle classiche politiche keynesiane di contrasto alla disoccupazione;

– il Jobs Act, perché in assenza di tassi di cambio aggiustabili, e di meccanismi alternativi (rifiutati dalla Germania) l’aggiustamento di eventuali divaricazioni competitive non può che farsi attraverso la precarizzazione e il deprezzamento del lavoro.

Ha così presieduto a un’impennata senza precedenti e tuttora irrisolta della prima causa di povertà e disagio sociale – la disoccupazione -, e a una diffusa precarizzazione del lavoro.

La disoccupazione a sua volta ha reso esplosiva la “questione migranti”, e lasciato alle classi popolari l’unica opzione di una “guerra fra poveri” tipicamente di destra.

È nato come il partito delle primarie aperte, il partito dell’articolo 49 della Costituzione (che imporrebbe la democrazia nei partiti). Ma ha poi organizzato primarie truffaldine, che un Pietro Scoppola (lo storico indipendente della sinistra cattolica, “garante” del Pd nella fase di gestazione) quasi piangente, nella primavera del 2007, fu sul punto di denunciare pubblicamente. Grazie a molteplici norme capziose, chi non è un maggiorente del partito e non controlla cordate non ha nessuna possibilità – non di vincere, ma – di partecipare in più del 10-12% dei collegi. Inoltre, nell’epoca dei social media, quando i giovani e la gente più che mai vogliono partecipare, i circoli del Pd sono stati trattati come meri centri di raccolta del consenso, privati di qualsiasi potere, titolari di una partecipazione meramente formale. Né alle associazioni ambientaliste, antimafia, per i dd.uu., ecc., sono stati riservati posti in Direzione nazionale.

La soluzione è un grande Congresso di rifondazione, preceduto da quattro grandi Conferenze programmatiche su “Democrazia”, “Economia e Classi popolari”, “I migranti e noi”, “Il Partito: democrazia e partecipazione”, dove il ruolo primario sia affidato agli intellettuali per la discussione, e alla base del partito per il voto (anche online?) delle tesi contrapposte. Si discuta apertamente:

1. di come moralizzare e democratizzare (nella sostanza) il sistema politico;

2. dell’euro, di Maastricht, e del perché la sinistra necessariamente muore in un simile contesto di regole economico-finanziarie; di come si possa superare questa situazione, non escludendo a priori alcuna opzione;

3. di come limitare l’immigrazione quando da noi c’è crisi, e di come integrare chi accogliamo;

4. di come attivare una partecipazione diretta dei circoli nelle scelte del partito; di come passare dalla cooptazione della classe politica alla democrazia delle pari opportunità per tutti.

Poiché il Pd è ormai largamente renzizzato, lo scontro politico-identitario vedrà probabilmente protagonista un gruppo neoliberale, che si strutturerà intorno all’ex segretario e a Calenda. Poi vi sarà, intorno al bravo Zingaretti, uno stormo di struzzi ex-Pci che non hanno capito la profondità del cambiamento necessario: quelli che pensano di risolvere andando a “battere i pugni a Bruxelles” (sai che risate i signori dello spread). L’unica speranza per il Pd è emerga un gruppo socialdemocratico neokeynesiano e neo-roosveltiano critico dell’eurozona, anticasta, innestato di giovani e teste pensanti, capaci di trovare strade nuove.

P.s.: Oggi su Repubblica Ezio Mauro scrive che gli italiani sono disposti a “scambiare la libertà con la protezione”. Non ha capito: gli italiani le vogliono entrambe!