Dopo la festa in strada, la prima battuta d’arresto sul campo e le polemiche fuori: il Mondiale della Russia va avanti tra entusiasmo, presunto complotto di Stato e complottismo antirusso. E la prima sconfitta contro l’Uruguay è quasi provvidenziale: non compromette nulla per la qualificazione già acquisita, potrebbe persino convenire per un incrocio più favorevole agli ottavi. Soprattutto servirà a mettere un po’ a tacere le voci sempre più insistenti e fastidiose sulle super prestazioni di Golovin e compagni.

Non poteva mancare l’ombra del doping su un Mondiale giocato in Russia. Martedì, dopo la vittoria decisiva contro l’Egitto, a San Pietroburgo è stata una notte di gioia e di follia, come per il pallone non accadeva da un decennio da queste parti. Oggi nella terza e ultima partita contro l’Uruguay è arrivata una sconfitta per 3-0, abbastanza netta quanto ininfluente: la Russia si qualifica come seconda, e attende la vincente del gruppo di Spagna e Portogallo (sperando di trovare i lusitani). L’obiettivo minimo, comunque, è già raggiunto.

E non era così scontato, per una squadra che si presentava al Mondiale con 7 risultati negativi di fila, il peggior ranking di tutte le partecipanti e lo scetticismo dei suoi stessi tifosi. In campo, però, per la gioia di Putin si è vista una vera macchina da guerra, almeno nelle prime due partite contro Arabia Saudita ed Egitto che erano le più importanti: compatta, attenta, soprattutto fisicamente straripante dal primo all’ultimo minuto.  In testa alla classifica per chilometri percorsi in campo, nelle prime tre posizioni ci sono tre giocatori russi, il principino Golovin (che piace tanto anche alla Juventus, ma proprio non si sapeva fosse un maratoneta), Samedov e Gazinsky. I padroni di casa corrono come pazzi. Pure troppo, secondo alcuni.

Dall’estero, ma soprattutto da Usa e Regno Unito (che per ragioni diverse ce l’hanno con Mosca) negli ultimi giorni è partita una campagna di sospetti sulle prestazioni della nazionale di casa. Il capo dell’Usada, l’agenzia antidoping degli Stati Uniti che ai Mondiali nemmeno si sono qualificati, è intervenuto dall’altra parte del pianeta per sostenere che “performance straordinarie come queste richiedono dei test addizionali”. Poi ci si è messa la stampa britannica, in particolare il Mail on Sunday, che ha pubblicato un’inchiesta su un presunto caso di positività coperto dalla Federazione russa, con la complicità della Fifa che sapeva e non ha detto nulla.

In realtà nello scoop non c’è nulla di particolarmente nuovo, i sospetti ruotano tutti intorno al solito nome: Ruslan Kambolov, in forza al Rubin Kazan, stabilmente nel giro delle nazionale e in origine inserito anche nella lista per i Mondiali, salvo poi essere scartato a inizio maggio. Ufficialmente per infortunio, più probabilmente per evitare imbarazzi alla nazionale di casa: il centrocampista nel 2015 era risultato ad uno steroide, senza però ricevere alcuna sanzione perché – secondo l’accusa – il caso fu insabbiato dai vertici del governo. Lo stesso metodo diventato noto con lo scandalo che ha portato alla squalifica di decine di atleti e alla sospensione dell’intera Federazione di atletica.

In quell’inchiesta, culminata nel rapporto shock compilato dal professore canadese Richard McLaren, si parlava pure di calcio: i tecnici della Wada (l’agenzia mondiale antidoping) avevano individuati almeno 11 positività coperte. I nomi non sono mai stati resi noti, se non tramite alcune indiscrezioni sempre smentite. Uno di questi dovrebbe essere proprio quello di Kambolov, l’unico per cui è stato dimostrato un qualche collegamento con la nazionale. In seguito al suo caso, la Fifa negli scorsi mesi aveva avviato a fari spenti un’inchiesta in collaborazione con la Wada, di cui aveva dato conto poco prima dell’inizio del torneo: “La Fifa ha condotto un’indagine sui calciatori di alto livello che potrebbero partecipare al Mondiale e il risultato è che non ci sono prove sufficienti a dimostrare una violazione delle norme antidoping”. Che non equivale proprio a dire che i russi siano puliti senza ombra di dubbio.

Poi la nazionale ha cominciato a correre, e vincere, e il tormentone si è riacceso. “Merito della spinta del nostro pubblico”, taglia corto il ct Cherchesov, che si rifiuta di rispondere ad ogni domanda a riguardo e di rivelare quando siano stati effettuati gli ultimi test sui suoi giocatori. Da queste parti, dove non hanno mai preso troppo sul serio la storia del doping di Stato, figuriamoci per il pallone dove non fanno risultati da un decennio, ci hanno sempre scherzato su: “Cos’ha che non va questo doping?”, e si rallegravano di aver trovato la soluzione. Purché l’effetto non sia già svanito.

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