Si definisce fondazione politica, si muove come una società di mercato Eyu, l’ultima cassaforte dei democratici renziani dopo la chiusura della fondanzione Open. Riceve soldi da destra e manca, come quelli versati dal costruttore romano Luca Parnasi, finito agli arresti nell’ambito delle indagini sullo stadio della Roma. Sono i 150mila euro che – nel pieno della scorsa campagna elettorale – sono finiti nell’organizzazione che era nata senza scopo di lucro nel 2014 per rieditare l’Unità ma la cui attività di raccolta fondi solleva ormai diversi dubbi. Di soldi da versare nelle sue casse parlano al telefono il commercialista di Parnasi, Gianluca Talone, anche lui finito agli arresti, e Domenico Petrolo, responsabile del fundraising della Fondazione, non indagato. Come riportato dal Fatto, un’informativa dei carabinieri dà conto di una telefonata di febbraio in cui Talone dice “domani mattina gli mandano i contratti firmati e seguita chiedendogli se doveva fare 150 e 100 più Iva. Domenico Petrolo risponde di sì”. A quel punto Petrolo dice “di non preoccuparsi perché essendo cambiato lo schema da donazione dove l’Iva non c’è a … ovviamente cambia tutto”. Alla fine però, si sceglie la via della fatturazione con Iva: 123mila euro più 27 di imposta. Ma la fattura a fronte di cosa è stata emessa? 

Di uno studio commissionato da Parnasi alla Fondazione Eyu sul rapporto tra gli italiani e la casa. A realizzarlo, secondo quanto riportato dal Corriere, sono state due ricercatrici dell’università di Bologna che hanno ricevuto ciascuna 3.500 euro lorde. Una differenza consistente, quella tra i 150mila euro e i 7mila pagati alle ricercatrici. Ma ieri la fondazione ha annunciato querela contro il quotidiano di via Solferino: “Confonde il concetto di ‘costo’ con quello di valore, quest’ultimo (come risulta dagli atti) ammonta a 39.000 euro, mentre 7.000 sono una parte dei costi di realizzazione”.

Al di là delle speculazioni sul significato di costo e valore, resta da capire come mai un costruttore come Parnasi per uno studio sul settore immobiliare non si sia affidato alle autorità in materia, come per esempio Nomisma, ma a una fondazione legata a un partito che non vanta una competenza specifica nel campo. E il cui statuto parla di “scopi di utilità e di coesione sociale, e di promozione dello sviluppo economico”. Ma la fondazione si muove piuttosto come una società di mercato che oltre a ricevere donazioni vende “servizi” a pagamento, dal valore effettivo discutibile. Tra questi ci sono anche i corsi di formazione, alcuni davvero curiosi: il Pd fa il Jobs Act, la fondazione del Pd poi lo spiega. Costo? Per le aziende, con un massimo di tre partecipanti, 2.300 euro Iva esclusa. Per i singoli partecipanti, 850 euro più Iva. E tra i docenti ci sono ex ministri e onorevoli del Pd, compreso il padre della legge, l’economista liberal ed ex sottosegretario Tommaso Nannicini.

Ha ragione il tesoriere Pd e presidente Eyu Francesco Bonifazi quando rivendica che non è una “scatola vuota” per finanziare il PD ma “piena”: “Una fondazione riconosciuta presso la prefettura di Roma e che, per la qualità delle iniziative e degli approfondimenti che ha svolto, dopo un vaglio di sei mesi è stata ammessa all’interno della Feps (Foundation for European Progressive Studies)”. Così se il Pd è in rosso, la fondazione Open non c’è più, il nuovo collettore di fondi è proprio Eyu. Fondazione più vicina a Renzi che al partito e potenziale veicolo per traghettare il suo gruppo dirigente verso un nuovo soggetto politico, senza il peso dei debiti di quello vecchio.

Quello di Parnasi del 2018 è un versamento piuttosto consistente, se lo si paragona ai circa 400mila euro raccolti a vario titolo dalla fondazione nel 2016, anno dell’ultimo bilancio disponibile. A spiccare allora erano i 50mila euro legati all’evento “Le città del futuro”. Dal bilancio non è chiaro di cosa si tratti, ma incrociando alcune informazioni su internet e con qualche telefonata si scopre che a disporre il bonifico è stata Manutencoop per l’organizzazione di un convegno in programma il 27 ottobre di quell’anno a Bologna. Il versamento – fanno sapere dallo storico colosso delle cooperative – “era per le attività di organizzazione, quali il catering, l’affitto della sala, la promozione media e i gettoni per i relatori”, molti dei quali esponenti del Pd, come il renziano Filippo Taddei, in quel momento responsabile Economia del partito e coordinatore del comitato scientifico della fondazione, che fa sapere di avere partecipato al convegno a titolo gratuito. Per ammissione della stessa Manutencoop negli ultimi dieci anni è l’unico versamento effettuato a una fondazione legata alla politica per l’organizzazione di un evento.

Questo però non è l’unico evento organizzato da Eyu. Le entrate della fondazione infatti non arrivano solo da erogazioni liberali, come succedeva per altre entità vicine alla politica come la fondazione Open. Arrivano anche da attività commerciali, come la realizzazione di studi e, appunto, l’organizzazione di eventi, oppure da contributi su specifici progetti.

Nel giugno 2016 Renzi, premier e segretario Pd, andava allo stabilimento della Coca Cola di Marcianise, in provincia di Caserta. Davanti al board italiano della multinazionale giurava che sua figlia “non sa scegliere tra Fanta o Coca”. La company da 35 miliardi di fatturato e 3mila dipendenti in Italia sceglieva proprio la Fondazione Eyu come “partner tecnico” per valutare 10 progetti di “inclusione sociale”. E versava nelle sue casse 25mila euro.

Tutte entrate che però due anni fa non hanno evitato alla fondazione di chiudere i conti con una perdita di 177mila euro. Del resto anche i costi sostenuti erano rilevanti, come i 256mila euro spesi per la manifestazione nazionale del 29 ottobre 2016 in piazza del Popolo a sostegno del referendum che due mesi dopo avrebbe visto trionfare il no, spingendo Renzi a dimettersi da premier. Dal punto di vista dei conti, le cose per Eyu sono andate meglio nel 2017, con entrate che nel bilancio previsionale relativo all’anno scorso sono date in forte crescita: 520mila euro da erogazioni liberali e 320mila ricavi da studi commissionati e organizzazione eventi. Hai voglia a dire che è normale, però. Specie se risultasse vero che a evadere commesse di studi, ricerche, seminari, premi ed eventi sono anche dipendenti del Pd in cassa integrazione. A sollevare il dubbio è un tweet  di Luca Di Bartolomei, ex responsabile sport dei dem. La ricerca di riscontri non è agevole. Domenico Patrono – come detto – è il responsabile del fundraising della fondazione. Sull’Huffington Post dice di lavorare al dipartimento Cultura del Pd. Alla domanda se sia uno dei 174 dipendenti in cassa integrazione, non risponde. Ammette invece di esserlo Eleonora Caione, sul sito di Eyu indicata come addetta al fundraising. Il tesoriere Bonifazi sostiene però che le informazioni sul sito non sono aggiornate e che la dipendente negli ultimi mesi è tornata nei ranghi del Pd dopo un periodo di distacco presso la fondazione. Alla domanda se ci siano lavoratori in cassa impiegati in Eyu, il suo presidente e tesoriere Pd non risponde.

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