C’erano molte notizie degne di commento in questi giorni. Ad esempio, anche se in pochi se ne sono accorti, c’è stato un papa che, tra una critica alle coppie omosessuali e all’aborto selettivo, ha incredibilmente sdoganato l’infedeltà: e non solo maschile, anche femminile, qualcosa di veramente rivoluzionario per una Chiesa che ha sembra esaltato l’immagine di una donna silenziosa e fedele. Ma non c’è dubbio: la notizia, e l’immagine, che mi ha colpito di più – occupandomi di questo tema da tanti anni – è quella di un ministro che per la prima volta forse da quando la precarietà è stata istituzionalizzata negli anni Novanta, dice “basta” ai working poor. Non solo. Propone, in relazione ai dipendenti della cosiddetta “gig economy” delle consegne, un decreto che si chiama con nome evocativo “decreto di dignità” e che prevede che i lavoratori divengano “prestatori di lavoro subordinato” con tanto di indennità mensile di disponibilità, malattia, ferie, maternità e divieto di retribuzione a cottimo, oltre a un trattamento economico minimo.

Fa davvero impressione vedere un ministro che chiama le aziende a un tavolo con l’obiettivo – incredibile! – di proteggere i lavoratori precari. Non accadeva da anni, anzi forse non è mai accaduto, perché se tavoli ce ne sono stati, anche con i sindacati, era sempre e solamente per difendere chi un contratto ce l’aveva e magari rischiava di perderlo. Anzi, Di Maio ha persino scavalcato i sindacati, in questo caso comunque inesistenti, per trattare direttamente con le aziende. Che, dal canto loro, hanno minacciato di andarsene dall’Italia nel caso le nuove norme vengano applicate.

Ora, chi ha una piccola azienda lo sa: il lavoro dipendente costa moltissimo, si assume una persona che magari non si può mandare più via etc. Il lavoro flessibile aiuta ovviamente le aziende, le quali tra l’altro – a mio avviso – non dovrebbero essere le sole a farsi carico del costo di un dipendente. O meglio dovrebbero essere aiutate con massicci sgravi fiscali, riduzione consistente delle tasse, nonché da un sistema robusto di ammortizzatori sociali che consenta alle aziende stesse una certa mobilità ma con la sicurezza che la persone licenziata non finirà in mezzo a una strada. Ma detto questo, bisogna riconoscere che in tema di precarietà l’Italia – dopo anni di riforme pro flessibilità e senza nessuna tutela sociale – ha raggiunto il fondo. Un fondo fatto di centinaia di migliaia di aziende che ormai usano unicamente il lavoro a chiamata, comodissimo, assolutamente privo di costi, perché il lavoratore non ha paga minima, non ha ferie, non ha contributi, nulla di nulla, se non un po’ di sussidio di maternità (e nessuno di disoccupazione). Questa tipologia di lavoro ormai ha contagiato ogni settore lavorativo, altro che mera gig economy, rendendo gli italiani un popolo di lavoratori a termine, con contratti a tempo determinato oppure senza nessun contratto, a chiamata, appunto. Parlo del settore agricolo, ma anche di tutti gli stagionali, parlo del settore dei servizi e sanitario e delle professioni intellettuali, dei liberi professionisti tutelati da Ordine o no. Archeologi a chiamata, giornalisti a chiamata, psicologi a chiamata, così via.

Di Maio ha detto che i rider sono un simbolo, ed è vero. Proprio come agli inizi degli anni duemila i call center, oggi sono loro, ragazzi che sfrecciano nel buio, magari con la pioggia, sulla bici, a rappresentare bene la povertà del lavoro giovanile. Ma si tratta di poche decine di migliaia di lavoratori. Un simbolo, appunto. Allora invito il vicepremier ad estendere la lotta al lavoro impoverito e precario a tutti i settori nei quali il cottimo è diventato ormai lì unica forma di impiego. Vedere un ministro del Lavoro – per la prima volta dopo i vari Sacconi e Poletti – dire a voce alta che certe condizioni di lavoro sono inaccettabili e costringere le aziende a sedersi a un tavolo è stato importante per tutti: si è ridato voce a chi da troppo tempo l’aveva persa, si è messo finalmente al centro del dibattito pubblico un tema centrale, vista la sofferenza in cui getta milioni di giovani ma anche di famiglie. A queste aziende il ministro dovrebbe chiedere le ragioni oggettive della loro impossibilità di assumere, a fronte, soprattutto, dei loro bilanci e ricavi. Perché un conto è la pizzeria sotto casa, che magari fa fatica ad avere un dipendente, un conto aziende che comunque hanno fatturati veramente importanti.

Si arriverà probabilmente a un compromesso, non so se a favore più delle aziende o dei lavoratori. Ma sicuramente un passo importante è stato fatto. Ora tocca a tutti gli altri settori, quelli falcidiati dalla crisi unita ad una deregulation totale dei contratti e delle tutele. Propongo a Di Maio di occuparsi anche dai giornalisti freelance. Quasi 40.000 persone che lavorano per pochi euro, a chiamata, senza alcuna protezione sociale. Dico i giornalisti perché sarebbe coraggioso affrontare la povertà di un settore che pure tutti i governi, persino quelli in cui governano i 5 Stelle, noti nemici dei giornalisti, hanno cercato di tenersi amico, stipulando accordi con gli editori spesso a sfavore dei lavoratori. Ma è importante che ci si occupi anche degli altri lavoratori liberi professionisti che sono “protetti” da un Ordine professionale che in realtà non fa nulla per loro, salvo estorcergli una inutile quota annuale e continuare a proteggere gli “insider”. I “rider” sono nascosti ovunque, là dove non te lo aspetti. Per questo mi aspetto invece, e spero, che un ministro del Lavoro lo sappia o lo venga a sapere. E anche lì intervenga, facendo sempre e giustamente appello alla dignità persa di troppi lavoratori.

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