“La diminuzione del flusso netto migratorio dal 2018 avrebbe l’effetto di incrementare il debito, con un aumento medio rispetto al baseline di circa 22 punti di Pil (circa 370 miliardi di euro, ndr) tra il 2018 e il 2070″. Questo a fronte di spese che nel 2017 sono ammontate a 4,3 miliardi di euro e nel 2018 si attesteranno a 4,7 miliardi a “scenario costante”, 5 miliardi se i flussi aumentassero rispetto all’anno scorso. Per inquadrare la questione degli arrivi e dell’accoglienza ai migranti – quelli regolari si intende – in termini di costi e benefici per l’Italia è sufficiente leggere l’ultimo Documento di economia e finanza firmato da Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan. Il precedente governo, nel documento che il nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte aggiornerà a settembre, ha dettagliato da un lato le uscite per soccorso, accoglienza e assistenza, dall’altro gli effetti positivi sul bilancio pubblico dell’Italia, un Paese che invecchia rapidamente e ha forte necessità di lavoratori giovani che paghino i contributi.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini nei giorni scorsi ha affermato che bisogna “dare una bella sforbiciata” ai “5 miliardi di euro che anche quest’anno sono destinati al mantenimento di migliaia di immigrati in questo Paese”. Il Def spiega che il costo previsto per il 2018 nello scenario base è di 4,64 miliardi di cui 3 (il 68,4% del totale) per “accoglienza e prima assistenza”, 893 milioni per i trasporti e le operazioni di soccorso, 280 milioni per l’assistenza sanitaria, 38 per i costi amministrativi, 50 di contributi alla Turchia e 310 milioni per l’istruzione. La somma sale a 5 miliardi nello “scenario di crescita”, che considera “una presa in carico di circa 500 minori non accompagnati aggiuntivi a un costo medio di 45 euro al giorno, di circa 31mila persone aggiuntive nelle strutture di accoglienza governativa e temporanee a un costo medio di 32,5 euro al giorno e di circa 1.750 richiedenti asilo e rifugiati aggiuntivi nel sistema di protezione a un costo medio di 35 euro al giorno”. Le presenze complessive nel sistema di accoglienza sono stimate in oltre 173mila di cui 138.503 in strutture temporanee, 8.990 in Cara, centri di accoglienza e di primo soccorso, 25.657 nel sistema Sprar e 453 negli hotspot.

Va considerato che la riduzione degli sbarchi a partire dalla seconda metà del 2017 non si riflette in una “proporzionale riduzione della permanenza di persone con necessità di accoglienza, anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento“. E la Ue dal canto suo garantisce alla Penisola un contributo di soli 80 milioni di euro l’anno.

Quanto all’impatto dei migranti regolari e con un lavoro sui conti pubblici, il ministero dell’Economia ricorda che “l’invecchiamento della popolazione rappresenta uno degli aspetti più critici che l’Italia dovrà affrontare nel corso dei prossimi decenni” per cui “assume particolare importanza valutare adeguatamente il peso dei flussi migratori attesi misurando il loro impatto sulle finanze pubbliche italiane”. In linea con le ipotesi concordate nel gruppo di lavoro europeo su questi temi e con lo scenario demografico elaborato ad hoc da Eurostat, si ipotizzano due scenari alternativi per il periodo 2022-2070. In caso di “diminuzione del 33% del flusso netto medio annuo di immigrati rispetto all’ipotesi base a partire dal 2018”, a parità di saldo primario strutturale del 2021 e dato il livello del debito di partenza il calo “avrebbe l’effetto di incrementare il debito, con un aumento medio rispetto al baseline di circa 22 punti di Pil tra il 2018 e il 2070”, portando il rapporto vicino al 270 per cento.

Al contrario un “aumento del 33 per cento del flusso netto di immigrati, ancora a partire dal 2018”, permetterebbe di “diminuire sensibilmente il rapporto debito/Pil rispetto al baseline, con una riduzione media di circa 19 punti di Pil nel periodo 2018-2070″. Vale a dire che, rispetto al 131,8% attuale e al 200% tendenziale al 2070, il rapporto tra debito e pil si attesterebbe intorno al 150%, a parità di altre condizioni.