“La storia, per quanto sappiamo che si ripeta, in realtà non si ripete mai esattamente. Ogni situazione è diversa. I grandi silenzi, il grande disinteresse, la grande indifferenza, quello si ripete. Sono le persone e i fatti ad essere diversi. Ma rivedo l’osceno sospetto di chi fino ad adesso non ha osato e adesso osa”. A parlare è la senatrice a vita Liliana Segre che ieri per la prima volta ha preso la parola al Senato per la sua dichiarazione di voto sulla fiducia al governo M5s-Lega. Ha fissato lo sguardo sui banchi del governo, dove sedeva tra gli altri il ministro dell’Interno Matteo Salvini, per dire che si opporrà “con tutte le forze” a eventuali leggi speciali che “sporcano” (ha usato questa parola) “la nostra civilità democratica”. Si riferiva, in particolare, alle minoranze e più precisamente quelle rom e sinti. E’ così ha raccolto un appello dello storico Alberto Melloni su Repubblica. L’intervento è stato applaudito da quasi tutti i gruppi parlamentari, tranne quelli della Lega. “Da persona che ha vissuto in una minoranza colpita – spiega ancora oggi a Circo Massimo, il programma di Massimo Giannini su Radio Capital – non posso veder colpite le altre minoranze solo perché esistono. Ad Auschwitz il nostro campo confinava con quello degli zingari, che sembravano continuare a vivere la loro vita, senza divise, in famiglia. Poi una mattina non c’era più nessuno. E una prigioniera disse: ‘Li hanno bruciati tutti’. Io queste cose le ho viste. Questa è la differenza fra me e gli altri“. E oggi, dunque, “rivedo l’osceno sospetto di chi fino ad adesso non ha osato e adesso osa”.

Salvini ha assicurato che quella della senatrice Segre è una “paura infondata” e che “faremo di tutto per far rispettare leggi normali”. La senatrice dice di capire “il punto di vista di un leghista che va al potere si fa garante di un ordine che finora non c’è stato. Salvini, dal suo punto di vista, fa il suo mestiere”. La Segre, invece, il suo: ha già pronto un disegno di legge contro l’odio verbale e un altro per i diritti umani.

La senatrice a vita racconta di essersi quasi emozionata più ieri di quando è entrata per la prima volta nell’Aula di Palazzo Madama, dopo la nomina avvenuta a gennaio. Il suo è stato un intervento con un italiano lineare, breve, incisivo, molto più efficace di decine di ore di dibattito portato avanti dai colleghi eletti. “Parlo in modo semplice e il mio ruolo, moralmente, non è politico. Il presidente Mattarella mi ha voluta onorare come simbolo. Sono ancora qui, a testimoniare. È la mia missione per tutti quelli che non hanno potuto. Però sento intorno a me delle cose che ho già vissuto”.

La Segre racconta, in un’intervista a Repubblica, di aver incontrato Melloni – storico delle religioni – al ricevimento al Quirinale, il primo giugno. “Mi aveva detto: ma lei sa che se una persona non manda il figlio a scuola deve pagare 30 euro di multa, ma se lo fa un rom gli tolgono il figlio? Mi ha proprio colpito. E allora gli ho raccontato che io me li ricordo gli zingari nei campi di sterminio, ma siccome non hanno una tradizione scritta come gli ebrei, queste cose non le sa nessuno. Forse neppure gli zingari stessi di oggi, rom o sinti che siano. Non potevo non rispondere al suo appello”.

A Repubblica, ancora oggi, torna sulla sua storia di ebrea perseguitata per effetto delle leggi razziali che in Aula, al Senato, ha precisato meglio chiamandole “razziste“. “Eravamo perseguitati da anni, cos’altro si poteva fare che cercare di fuggire? Io ero una richiedente asilo: negato. Avevo documenti falsi, cercavo di passare in Svizzera perché è chiaro che saremmo stati in salvo, ma gli svizzeri mi hanno respinto con mio papà e due vecchi cugini. Più tardi hanno deportato anche i miei nonni. Nessuno di noi aveva fatto nulla. Ci sono analogie ma non sono situazioni uguali, a distanza di 80 anni. E io non sono indifferente: la combatto, l’indifferenza, e continuerò a farlo finché vivo”. Alla domanda se “importiamo galeotti” dalla Tunisia, Segre risponde: “Questa emigrazione è completamente diversa. Noi fuggivamo perché sapevamo che saremmo stati deportati e uccisi. Questa emigrazione è un fenomeno enorme, una quantità di casi diversi, non si può generalizzare. Arrivano persone di tutti i tipi: chi scappa, chi vuole migliorare il proprio tenore di vita, bambini abbandonati da madri che sperano in un destino migliore… La mia mente torna a cose viste“.