Il giorno più nero degli ottantotto giorni di buio vissuti da questo Paese (e non che quelli prima fossero particolarmente soleggiati) arriva all’indomani dell’affaire Savona. Tra spinte dal basso e mercati pressanti, l’Italia si incrina. Con le piazze che ribollivano sarebbe bastato un solo folle esaltato, con le economie guardinghe sarebbe bastato una sola dichiarazione insensata. Mentre rischiavamo di andare in frantumi, ci siamo scheggiati in due.

Antimattarelliani contro Mattarelliani nel senso nobile del dibattito, populisti contro saccenti nella caciara Facebook. Il cromosoma tifoso, che è proprio dell’italica sequenza genetica, per giorni ha mostrato i suoi caratteri.

Poi, dal nulla, un tedesco, Gunther Oettinger. Che vuole insegnarci come votare. Allora l’Italia si desta e non si spezza. Sarà una coincidenza, ma a quel punto i partiti trovano la quadra e Mattarella la pazienza. Quel commissario, che proprio non ha resistito a sputai una frecciata in punta di lingua da almeno (minimo) tre mesi, diventa l’unica cosa su cui siamo tutti d’accordo: anvedi questo.

E forse l’Italia ingarbugliata e a modo suo è tutta qui; coi suoi finali a lieto fine che non risolvono nulla; con l’orgoglio delle sue finali contro la Germania.

Resta però la fragilità di un Paese paliesco, che a contrade antiche continua ad aggiungere nuove fenditure. Un Paese pronto ad autoferirsi (e intanto mangiare pop corn) pur di vedere l’avversario interno infliggersi ferite più grandi. È vero, la concorrenza intestina stimola e aguzza, ma è altrettanto vero che una lotta continua e pretestuosa ci spreca e ci svuota. Ci lascia indietro mentre gli altri, compatti, avanzano.

Questo Paese, ancora una volta, ha dimostrato di non avere senso di sé, e c’è voluto un “crucco” per farci sentire italiani. In fondo, è tutto in due date: 17 marzo, Unità d’Italia che non merita rosso sul calendario; 25 aprile, orgoglio in piazza per la liberazione dai tedeschi.

Ancora danke, commissario Oettinger.