In piena sagra scriteriata dei personaggi minimi (vedi il tira-e-molla Cottarelli. Ma cosa si aspettava, i peana del Parlamento?) e dei provocatori dementi (ogni riferimento al commissario Ue Oettinger NON è puramente casuale), entriamo nell’ora più buia della recente storia europea. Con responsabilità a dir poco multiple.

Sicché ci attendono mesi di fuoco, in cui la farsa “Paolo Savona versus Unione europea” diventerà la questione di vita o morte con cui aizzare il già sovreccitato umore elettorale (grazie anche alle maldestraggini del presidente Mattarella). Qui si chiede: nel coro assordante e giaculatorio degli eurofobici, qualcuno ancora ha voglia di ascoltare la voce sommessa (ma non troppo) di un vecchio federalista europeo?

Nell’ora dell’ultima fibrillazione, grazie al punch strumentale di Salvini sulla bocciatura del notabile ottuagenario da spedire a Bruxelles come guastatore per conto della Lega (e – dice il Matteo padano – della maggioranza degli italiani, che lo avrebbero destinato a tale compito, nonostante nulla sapessero di lui prima della trasformazione da notabile dei palazzi romani in vendicatore dei popoli). Una mossa del furbo leghista che, per una volta, mi mette d’accordo con l’ex assistente di Giovanni Spadolini – Stefano Folli – quando scrive su Repubblica che «dietro il nome dell’economista un tempo legato a Guido Carli s’intravede un’idea di Europa alternativa rispetto all’Unione di oggi a guida tedesca. Nella sostanza, un’Europa delle nazioni in cui il pensiero “sovranista” verrebbe accreditato senza mezzi termini da uno degli Stati fondatori». Il mito dello Stato Sovrano, che un grande italiano del Novecento – Luigi Einaudi, intervenendo nel 1945 a favore degli Stati Uniti d’Europa – definiva “mostro immondo”; guerrafondaio e pure isolazionista. Insomma, la vera spinta originaria al processo di integrazione europea, da cui è dipeso il sessantennio di pace e sviluppo mai conosciuti in passato. E al tempo stesso ha consolidato interdipendenze e strutture comunitarie, che sarebbe non solo delittuoso ma anche insensato pensare di troncare; per un ritorno agli antichi confini ormai anacronistici, quanto inabili al governo di processi globalizzati che li travalicherebbero sistematicamente.

Tra l’altro, quanto trascurano i pittoreschi semplificatori alla Bagnai e Borghi; nella loro ricerca dei facili consensi con relativo quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol: il lungo processo di integrazione non può essere azzerato con un miracolo di San Gennaro o un borborigmo valligiano, pena le catastrofi economiche che già si preannunciano per il Regno Unito della Brexit (il cui esito inaspettato dipese da sbuffi di nazionalismo imperiale da piccola gente impaurita). E – tra l’altro – l’Inghilterra era assai meno integrata di quanto lo siamo noi. Forse al caso nostro più si attaglia l’esempio greco, dove lo schianto di Atene si è coniugato con quello personale di Alexis Tsipras.

Perciò, meglio non abbattere i muri maestri di una costruzione unica al modo (quella – sì – rivoluzionaria). Semmai il problema è prendere atto della battuta d’arresto intervenuta nella promozione di quanto Jacques Delors definiva “il modello sociale europeo”, e la conseguente involuzione dell’istituzione comunitaria che ne è derivata: mandando a Bruxelles non velleitari battitori del pugno sul tavolo, bensì attrezzati riformatori che rimettano in pista l’Istituzione originaria. Cominciando a fare piazza pulita di un po’ di luoghi comuni mendaci. Come il falso storico che l’Euro sarebbe un marchingegno Made in Germany. Semmai il suo inventore si chiama François Mitterand, che lo pretese come pegno per autorizzare l’unificazione tedesca post-89.

Va ricordato che ancora nel 2000 la Germania era il grande malato d’Europa; e se ora è dove si trova, questo dipende dall’utilizzo intelligente dell’opportunità moneta unica a supporto della sua politica esportativa di beni industriali, mentre gli altri soci – in primis l’Italia – perseguivano la de-industrializzazione.

Comunque fino al 2009 quello europeo ha continuato a essere un progetto di successo. Poi il continente, a un anno del Lehman crack, venne raggiunto dalle ondate della crisi finanziaria d’oltre Atlantico; affrontata dall’establishment di Bruxelles con la perniciosa politica di austerity. Il punto originario da cui partire per la doverosa ripresa del cammino federativo. Su cui un’Italia non smemorata dovrebbe dire con forza la sua. Invece di giocare con il fuoco delle strategie al massacro di giovani demagoghi arruffoni, a loro agio soltanto nelle bagarre elettorali, e le gag del Macron de noiantri Carlo Calenda; sempre pronto a fare le pulci altrui (“non hanno gestito neppure un’edicola”) dimenticando che la sua grande esperienza lavorativa è iniziata come portaborse nientepopodimenoché di Luca Cordero di Montezemolo.