Ottantasette lunghissimi giorni di attesa. Mai, nella storia della Repubblica italiana, era passato così tanto tempo dalla data delle elezioni alla nascita di un governo (che ancora non si vede). Nel mezzo, cinque giri di consultazioni, due mandati esplorativi ai presidenti di Camera e Senato e due pre-incarichi. Il primo a Giuseppe Conte, premier designato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini per il governo M5s-Lega, il secondo al tecnico Carlo Cottarelli (un tentativo, questo, ancora non del tutto tramontato). Ma in questi ottantasette giorni è successo anche dell’altro: la presidenza della Repubblica, nella persona di Sergio Mattarella, è diventata il centro di una crisi istituzionale – e costituzionale – senza precedenti. Una crisi prima sfociata nella richiesta di impeachment, poi addirittura nella proposta di rendere elettiva la carica di capo dello Stato.

4 marzo: le elezioni e il Parlamento bloccato – Ma andiamo con ordine. All’origine di tutto ci sono il Rosatellum (la legge elettorale proporzionale votata, tra gli altri, da Partito democratico, Lega e Forza Italia) e il voto dei cittadini, che nella notte del 4 marzo hanno consegnato all’Italia un Parlamento bloccato: Movimento 5 stelle primo partito, ma senza la maggioranza dei seggi, Lega in vantaggio sugli alleati di centrodestra, anche loro senza maggioranza. E poi il Pd da forza di governo ridotto a partito sotto il 20 per cento dei consensi.

23-24 marzo: la prima giravolta di Salvini – Come stabilito dall’articolo 61 della Costituzione, entro venti giorni dalle elezioni deve tenersi la prima seduta delle Camere. E così è stato. Deputati e senatori sono stati chiamati a eleggere i presidenti di ciascun ramo del Parlamento. Dopo i primi scrutini senza esito, ecco la giravolta di Matteo Salvini: proporre il nome della forzista Anna Maria Bernini per Palazzo Madama senza il consenso di Silvio Berlusconi.  Una mossa che ha permesso di sbloccare il dialogo con il Movimento 5 stelle, mettendo da parte il candidato del centrodestra Paolo Romani. Il giorno successivo, dunque, ecco l’elezione del pentastellato Roberto Fico come presidente della Camera e della forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati come presidente del Senato. Un trionfo per il neonato asse M5s-Lega.

4 aprile, primo giro di consultazioni – Superate le vacanze di Pasqua, Mattarella ha iniziato il primo giro di consultazioni con i partiti. Esito negativo: nessuno si è detto disponibile a scendere a patti con gli avversari. Il centrodestra, in questa prima occasione, si è presentato separato (ma compatto nelle parole da riferire al capo dello Stato).

12 aprile, secondo giro di consultazioni – Dopo una settimana Mattarella ci riprova, ma il tempo – e le notti – non hanno portato consiglio ai partiti. Il centrodestra si presenta unito, ma tiene banco il dialogo con il Movimento 5 stelle. E iniziano i veti incrociati: Di Maio dice no a Berlusconi, Berlusconi dice no a Di Maio, Salvini dice no a Renzi. Il Partito democratico resta a guardare.

18 aprile, Casellati esploratrice – Per uscire dallo stallo, il Colle tenta la carta del mandato esplorativo alla presidente del Senato Casellati. Una prassi istituzionale, in questi casi, ma con una prima (e importante) novità: il mandato è “confinato” a verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare tra i partiti della coalizione di centrodestra e il Movimento 5 Stelle. Obiettivo: fare presto. E dare un governo al Paese. Ma non è andata così. Il 20 aprile Casellati rimette il mandato constatando che non ci sono le condizioni per trovare un accordo.

23 aprile, Fico esploratore – A questo punto tocca alla terza carica dello Stato, il presidente della Camera, verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare tra il Pd e il Movimento 5 stelle. Fico incontra la dirigenza dem, fra cui il segretario reggente Maurizio Martina, e il dialogo sembra partire. Dopo tre giorni l’inquilino di Montecitorio sale al Colle per comunicare l’esito positivo del suo mandato. C’è il via libera. L’Italia è vicina ad avere un governo dopo 53 giorni di attesa.  Ma anche in questo caso la situazione precipita. E la colpa è del redivivo Matteo Renzi, che con un coup de théâtre si presenta su Rai 1 per far saltare ogni interlocuzione: il Pd – dice l’ex segretario che non ha mai smesso di dare input ai suoi – non voterà mai la fiducia a un governo pentastellato. Punto e a capo.

7 maggio, terzo giro di consultazioni – A vedere la diretta televisiva dal Quirinale, quella telecamera fissa sulla porta che conduce alla “sala stampa” allestita nella Loggia d’Onore, sembra di essere tornati indietro nel tempo. Ma dal 4 marzo sono passati 64 giorni. E il capo dello Stato è costretto a un nuovo giro di consultazioni per cercare di risolvere lo stallo. Al termine della giornata, e dopo aver constatato l’ennesima indisponibilità dei partiti, Mattarella decide di parlare in prima persona. Lo fa con parole precise, puntuali, che tracciano una roadmap: o si vota un governo “neutrale”, in grado di traghettare l’Italia fino a gennaio 2019 (così da poter affrontare gli appuntamenti europei e la legge di stabilità), o si va al voto entro l’estate, cosa – sottolinea il capo dello Stato – mai successa in passato. Un discorso che convince i partiti a spingere sull’acceleratore: Di Maio e Salvini avviano un dialogo, chiedono proroghe, rilasciano un comunicato congiunto. All’orizzonte inzia a profilarsi il governo giallo-verde. Che parte davvero solo dopo il “passo di lato” di Berlusconi.

14 maggio, quarto giro di consultazioniIncassato il via libera dell’ex premier all’alleanza fra Lega e Movimento 5 stelle (che non porta alla rottura della coalizione di centrodestra), Mattarella convoca i due partiti. Sembra tutto risolto, ma c’è bisogno di altro tempo per chiudere il “contratto alla tedesca” voluto dal Di Maio per mettere nero su bianco la lista delle “cose da fare”.

21 maggio, quinto giro di consultazioni – Ad accordo raggiunto, Di Maio e Salvini presentano il programma definitivo al Colle (approvato con un plebiscito sia dagli iscritti alla piattaforma Rousseau, sia ai votanti ai gazebo organizzati dalla Lega) all’ennesimo appuntamento di consultazioni. Poi chiedono altro tempo per trovare il nome del candidato premier. Si tratta dell’avvocato civilista Giuseppe Conte. Faceva parte della lista di ministri in pectore indicata da Di Maio in campagna elettorale. Ma non è eletto in parlamento ed è alla primissima esperienza politica.

23 maggio, Conte accetta con riserva – Il governo giallo-verde è a un passo dal nascere. Conte viene convocato al Quirinale e Mattarella non si oppone alla sua nomina, affidandogli l’incarico, che il professore (come da prassi) accetta con riserva. Inizia la trattativa fra Movimento 5 stelle e Lega per la squadra di governo.

27-28 maggio, Conte rifiuta e arriva Cottarelli – Articoli dei giornali internazionali, editoriali, indiscrezioni sui nomi dei ministri. E poi il grande casus belli: la proposta (senza alternative) di Paolo Savona al ministero del Tesoro, la casella più importante del governo. Savona, infatti, ha un problema: è considerato un eurocritico, caratteristica che al Colle non piace. Mattarella chiede ai partiti di indicare un’alternativa, ma Salvini non intende fornirne alcuna. Il ministro in pectore, peròcon una lettera rettifica (parzialmente) le sue tesi. Non basta. Dopo una giornata di attesa Conte sale al Colle con la lista in tasca. Iniziano a rincorrersi voci di fallimento. E prima che il premier incaricato esca dal suo incontro con Mattarella, Salvini certifica in un comizio il naufragio del governo giallo-verde. È il caos: Conte rimette il mandato, Mattarella fa un discorso in cui è costretto a spiegare le ragioni della sua scelta, Di Maio grida all’impeachment. In serata il Colle fa sapere di aver convocato l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli per il giorno seguente. Sarebbe un governo “tecnico” nato morto – perché senza maggioranza – destinato a portare il Paese a nuove elezioni.

29 maggio, Cottarelli va via dal Quirinale dal retro – Cottarelli è atteso dal capo dello Stato con la lista dei ministri. Le telecamere, di nuovo fisse sul portone di legno che separa la “sala stampa” dal vertice istituzionale, aspettano la sua uscita. Ma non succede niente. Anzi. I corazzieri, di solito fermi ai lati del portone per tutta la durata degli incontri, si allontanano. Tra i giornalisti si scatena il panico: Cottarelli è uscito dal retro del Quirinale senza rilasciare dichiarazioni. E soprattutto senza sciogliere la riserva. All’improvviso esce il capo della comunicazione della presidenza della Repubblica, che in modo del tutto irrituale rimanda ad oggi la fine della lunga, lunghissima, fase post-elettorale. Ammesso che sia finita.