Mentre la chiusura del sito nucleare di Punggye-ri si è svolta in pompa magna come da programma, il governo nordcoreano si starebbe adoperando per mettere al riparo le proprie armi nucleari. E’ quanto sembra suggerire la recente decisione di nominare la provincia di Chagang “zona rivoluzionaria speciale del Songun”, il principio noto in inglese come “military first“. Secondo fonti del Daily NK – giornale online con base in Corea del Sud finanziato tra gli altri dall’Ong collegata al Congresso americano National Endowment for Democracy – la designazione di Chagang come zona militare strategica è stata discussa lo scorso mese dai membri del ministero della Sicurezza dello Stato. In quell’occasione si è convenuto che “rendere la provincia di Chagang un punto d’appoggio strategico per l’esercito di fronte a una guerra moderna fa parte dell’eredità trasmessa da Kim Il-sung e Kim Jong-il“, rispettivamente nonno e padre dell’attuale leader Kim Jong-un.

Collocata al confine con la Cina, la provincia è per il 98% montagnosa e pertanto particolarmente adatta per scopi militari, tanto che si dice ospiti i famigerati tunnel attraverso cui gli alti funzionari nordcoreani pianificano la fuga in caso di attacco. Sempre qui, secondo la testimonianza di un disertore, 134 stabilimenti militari – sui circa 1.800 operanti in tutto il paese – impiegano grossomodo 500mila persone. Già nel 2013 un rapporto del National Intelligence Service sudcoreano riportava l’intenzione di Kim Jong-un di occultare gli armamenti sottoterra. “La maggior parte delle strutture sono situate nella provincia di Chagang e in altre aree remote, e sono parzialmente o totalmente sotterranee per ridurre al minimo i danni in caso di guerra”, spiegava il report, collocando nello specifico le fabbriche N° 65 e 81 nella città di Junchon. All’epoca i servizi segreti di Seul attestavano la costruzione di rifugi di emergenza in prossimità di fabbriche e impianti, oltre alla finalizzazione di “piani per la mobilitazione di persone e materiali così da assicurare una produzione costante anche durante lo scambio a fuoco di una guerra”.

“Le armi nucleari possono essere nascoste ovunque, ma a quanto pare le autorità nordcoreane hanno scelto un luogo in cui anche i satelliti avranno difficoltà a localizzarle”, ha dichiarato a Daily NK una fonte locale, che conferma la costruzione di depositi ermetici per lo stoccaggio. Al contempo, la segretezza delle operazioni in corso ha già richiesto l’introduzione di misure di controllo più radicali nell’area, come sembra testimoniare l’istituzione di posti di blocco per supervisionare il transito di persone, vetture e rifornimenti attraverso la provincia, nonché l’introduzione di un piano per rafforzare l’integrità ideologica dei residenti onde evitare la fuga di notizie all’estero.

Quanto sta accadendo a Chagang rientra nella casistica delle informazioni inverificabili che tinteggiano abitualmente la cronaca nordcoreana. Nondimeno, aggiunge una freccia alla faretra di quanti mettono in dubbio la sincerità di Kim Jong-un e della sua disponibilità a denuclearizzare la penisola coreana. Lo smantellamento del sito di Punggye-ri, secondo molti, costituisce soltanto uno “show politico” a uso e consumo della stampa estera (invitata ad assistere alla cerimonia), oltre che un tentativo di distruggere importanti informazioni sul programma atomico nordcoreano. D’altronde i precedenti non sono incoraggianti. Anche nel 2008, grazie a un accordo con Washington, i media internazionali ottennero l’accesso alle operazioni di abbattimento di una torre di raffreddamento presso la centrale nucleare di Yongbyon. Il reattore è stato rimesso in funzione dopo pochi anni in seguito al progressivo stallo delle negoziazioni sul nucleare.

Rimangono, inoltre, ancora molti dubbi sull’effettiva comunione d’intenti tra Pyongyang e l’amministrazione Trump. Nonostante l’escalation verbale degli ultimi giorni, il presidente americano parrebbe aver ammorbidito la propria posizione in merito alle modalità in cui dovrà essere perseguita la denuclearizzazione, aprendo la porta all’eventualità di uno “smantellamento graduale” – come proposto da Kim Jong-un – anziché una denuclearizzazione “completa” entro il 2020, come auspicato da Washington e Seul. Ma nulla è stato annunciato riguardo al futuro delle truppe statunitensi di stanza al Sud.

Nel frattempo, è saltato l’atteso vertice del 12 giugno tra Kim e Trump. “Per il bene di entrambe le parti, il meeting di Singapore non si svolgerà“, si legge nella lettera con cui il presidente degli Stati Uniti ha comunicato al leader nordcoreano l’annullamento del summit.