L’università italiana è malata (anche) di esterofilia. Ed è anche per questo motivo che ricercatori e professori tendono a infilare nei curriculum anche le attività meno rilevanti svolte presso università di altri Paesi. Un vezzo, anzi una distorsione del sistema, che ha finito per inguaiare anche il presidente del consiglio in pectore Giuseppe Conte, finito sotto accusa proprio per i dubbi sulla reale consistenza di esperienze vantate online, dalla New York University a un istituto austriaco. “Curricula di questo tipo non hanno alcun peso nella valutazione formale per i passaggi di carriera, ma certamente il nostro sistema universitario esalta in modo eccessivo tutto quello che si fa all’estero”, commenta Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata all’Università di Bari e autore di diversi libri critici sul funzionamento del mondo accademico (di quest’anno “La laurea negata”, Editori Laterza).

Le valutazioni di carriera, per esempio per il passaggio da professore associato a ordinario, vengono fatte in modo assolutamente preponderante sulle pubblicazioni. Quelle uscite su riviste all’estero, magari con coautori stranieri, “valgono molto di più di quelle in italiano, in base ai criteri stabiliti dall‘Anvur“, l’organismo di valutazione dell’università e della ricerca italiana, precisa Viesti. Certo è positivo che un aspirante docente abbia messo il naso fuori e abbia una formazione internazionale, “ma in una ricerca la cosa più importante è quello che c’è scritto dentro. E’ un meccanismo perverso: se un economista studia lo sviluppo regionale, perché un articolo pubblicato in inglese negli Stati Uniti deve valere di più, per fare carriera, di uno pubblicato in italiano su una rivista italiana?”. Da qui la pressione ad accentuare un’immagine “international” di sé, mettendo in evidenza anche le attività di minor rilievo svolte oltreconfine, “per esempio passare qualche tempo a consultare volumi nella meravigliosa New York University Library in Washington Square”.

Attività che possono anche non lasciare traccia negli archivi, come quelle svolte – fino a prova contraria – da Conte alla New York University. Proprio la mancanza del suo nome dai file dell’ateneo, rilevata da un giornalista del New York Times, ha aperto il caso. “Le esperienze che contano davvero per la carriera sono per esempio una docenza all’estero o il coordinamento di un progetto di ricerca internazionale”, conferma Alberto Vannucci, professore ordinario e direttore del Master sul contrasto alla criminalità organizzata e alla corruzione  dell’Università di Pisa (nonché blogger di ilfattoquotidiano.it e rubrichista di FqMillenniuM). “Ci sono poi attività che, anche se realmente svolte, non sono registrate dagli atenei, per esempio se vengo invitato da un docente”. O il semplice “visiting”, una sorta di ospitalità accademica concessa dalle università a studiosi stranieri in relazione a esigenze di ricerca di questi ultimi.

Nell’accademia italiana “le cattive pratiche non mancano (Vannucci ha firmato fra l’altro una lettera aperta per le dimissioni da deputato di Francesco Boccia, in seguito a un’accusa di plagio, ndr) ma casi come questi, che sulle valutazioni di carriera hanno un peso nullo o quasi, credo dimostrino più la volontà di dare di se stessi una rappresentazione il più possibile internazionale”.

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