Se ne è andata anche la Kellogg’s; la multinazionale americana dei corn flakes (fiocchi di mais) ha chiuso i battenti il 15 maggio “per il deteriorarsi della situazione economica e sociale”. Lo stabilimento, impiantato nella città di Maracay 56 anni fa, dava lavoro a 300 operai e produceva oltre il 75% dei cereali consumati nel Paese. E intanto si preparano le elezioni, che l’opposizione ha già bollato come taroccate.

Contorsionismo di regime
Nicolás Maduro ovviamente non l’ha presa bene. Il giorno successivo alla fuga dei consociati messicani che gestivano gli impianti, ha dichiarato di aver emesso un mandato di cattura nei loro confronti con la motivazione di sabotaggio, ordinando la riapertura della fabbrica. L’interrogativo maggiore riguarda i costi e la dinamica del meccanismo di produzione.

Secondo la testimonianza anonima di un tecnico del settore, la produzione dei corn flakes non è una passeggiata: 1. le linee di lavorazione rimaste in Venezuela probabilmente sono obsolete, 2. il costo attuale di una nuova linea varia dagli otto ai 10 milioni di dollari e ce ne vorrebbero circa una decina per far funzionare l’intero impianto. Cifre che allo stato attuale sono fuori dalla portata governativa.

Poi esiste il problema della tecnologia specializzata: l’accesso al meccanismo di alcune macchine, specie quelle dedicate ai corn flakes, era riservato a tecnici esterni, che mantenevano il segreto sulla procedura. Difficile che costoro siano rimasti a disposizione di Maduro, considerando che i tecnologi Kellogg’s (quasi tutti europei) prendono intorno ai 6mila dollari mensili. Controllo dell’umidità e delle temperature, oltre alle caratteristiche organolettiche della materia prima, sono fondamentali per la qualità del prodotto finito. Anche se bisogna dire, in un Paese ridotto quasi alla fame dove scarseggiano pane e medicine, la qualità dei fiocchi di mais è l’ultimo dei problemi.

Kellogg’s è solo una delle grandi aziende che se l’è squagliata. Le americane Kimberly-Clark, General Motors, Clorox hanno chiuso di recente. Coca-cola e Colgate hanno sospeso le operazioni. Ditte brasiliane che producevano i serbatoi per Ford e Chrysler sono emigrate altrove. Il problema più grande al momento è l’enorme stato d’indebitamento estero che affligge il colosso statale degli idrocarburi e gas naturale Pdvsa (Petròleos de Venezuela). La statunitense Conoco (dopo aver vinto la causa) ha pignorato all’interno della raffineria di Curacao beni di produzione appartenenti a Pdvsa, a fronte del risarcimento di un debito di due miliardi di dollari che risale al 2007, quando Hugo Chávez nazionalizzò a sua volta la proprietà di Conoco.

Aruba e Curacao sono piccole isole caraibiche legate al Venezuela per vicinanza geografica, oltre che per interessi economici connessi al petrolio. Il contorsionismo di Maduro ha partorito la geniale invenzione della cripto-valuta Petro, utilizzata di recente per creare una nuova area di sviluppo nella zona di Valencia. Il sito del governo riporta un investimento di 20 milioni di petros (equivalenti a mille e 400 di dollari, ai fini di tale progetto) oltre alla costruzione di 210mila unità abitative. Cifre che appaiono gonfiate dalla propaganda, tra cui spiccano i 5 miliardi in dollari ricavati dal mercato delle cripto-valute. Secondo i trader che hanno accesso al sito delle transazioni, la quantità reale dei petros venduti ammonterebbe a soli 152mila.

Lo stratagemma di Maduro – dovuto alle restrizioni Usa e all’embargo commerciale che hanno provocato il crollo del bolivar (oggi al cambio ufficiale 1 Usd = 69mila 875 Vef) rischia però di trasformarsi in una mina pronta a esplodergli tra le mani. Allo stato attuale, 1 petro oscilla tra i 60 e i 70 dollari. Se si considera la volatilità folle della regina cryptocurrency Bitcoin – che aveva raggiunto i 20mila dollari per poi crollare sotto i 9mila – e la tendenza in generale non rialzista delle cripto-valute, il progetto di affidare la ripresa dell’economia a Petro è un grosso azzardo; tenendo anche conto che la Banca europea non riconosce ancora le monete virtuali e che la Federal Reserve ovviamente lo ignora.

È poi perlomeno paradossale (direi comico se non fosse irrispettoso nei confronti della tragedia venezuelana) che il presidente affidi le sorti del Paese al più bieco strumento della speculazione capitalista, la cripto-moneta appunto. Domenica si vota: la faccia di Maduro compare dieci volte sulla scheda elettorale. La sua riconferma sembra scontata, anche perché l’opposizione boicotta questa consultazione come fraudolenta, sostenendo che il mandato di Maduro scadrebbe naturalmente a gennaio 2019.


Bazzecole per lui: l’ex procuratrice, Luisa Ortega Diaz lo aveva già denunciato alla Corte suprema per violazione della Costituzione e sovvertimento dell’ordine democratico. Costei, riparata in Colombia, ha segnalato anche alla Corte internazionale la sua presunta complicità nell’assassinio di 8mila oppositori politici, perpetrato secondo il magistrato dai servizi segreti. A contrastarlo come indipendente,  oltre a Henri Falcon (avvocato ex chavista dissidente), rimane ora il pastore evangelico Javier Bertucci. Il quale spera forse in un miracolo, dietro intercessione dell’Altissimo.

Ultim’ora, questi sono i risultati dei sondaggi elettorali appena pervenuti:

Datánalisis: Falcon 30% / Maduro 20%
Varianza: Falcon 45% / Maduro 25%

L’indipendenza degli istituti sondaggisti qui riportati rende la divulgazione di tali dati proibita in Venezuela. Le indagini legate alla campagna elettorale di Maduro, ovviamente, lo danno invece vincente al 55%.