In primo grado gli imputati erano stati assolti perché il fatto non sussiste. E nelle motivazioni i giudici sostennero che Giuseppe Uva, l’operaio deceduto a Varese dopo un fermo nel giugno 2008, non era stato picchiato. Oggi il pg di Milano, Massimo Gaballo, per gli imputati ha chiesto condanne fino a 13 anni per omicidio preterintenzionale e sequestro di persona aggravato.

Per l’accusa è stato provocato dalle “condotte illecite degli imputati” lo stress che fu “tra le cause, insieme a una patologia cardiaca”, della morte di Uva. Il 43enne, fermato da due militari dell’Arma mentre cercava di spostare delle transenne dal centro di Varese, fu poi portato in caserma e infine trasportato con trattamento sanitario obbligatorio all’ospedale di Circolo di Varese, dove morì la mattina successiva. Secondo Gaballo, la “costrizione fisica” a cui fu sottoposto Uva quella notte, insieme alle “lievissime lesioni riscontrate sul suo corpo”, gli avrebbe provocato quella “tempesta emotiva” in seguito alla quale si sarebbe scatenato “l’evento aritmico” e da lì la morte.  Gaballo ha chiesto di condannare a 13 anni i due carabinieri e a 10 anni e 6 mesi sei agenti.

Per l’accusa, che aveva chiesto senza successo alla corte di riascoltare i testi, il fermo di Uva insieme un altro uomo, Alberto Biggiogero (che un anno fa ha ucciso il padre), fu operato “senza che ve ne fosse la necessità” e motivato da possibili rancori con uno dei coinvolti nella vicenda come sostenuto nell’impugnazione della sentenza di primo grado. Spinto o strattonato, costretto a restare in caserma contro la sua volontà e forse fermato per vecchie ruggini Uva sarebbe morto per concause tra cui appunto il forte “stress”. Nell’impugnazione, il sostituto procuratore Generale aveva contestato l’assoluzione dei giudici varesini definendola “motivata in modo estremamente sommario“, ripercorrendo tutto il procedimento giudiziario a partire dalle perizie mediche.

Il pg Gaballo durante la requisitoria come, nel corso del controllo, a quanto ha riferito l’amico di Uva, uno dei militari abbia detto: “Proprio te stavamo cercando, questa non te la faccio passare“. La testimonianza di Bigioggero, che ha problemi di alcol e nel frattempo è finito in carcere per aver accoltellato il padre, in primo grado non è stata ritenuta attendibile dalla Corte d’Assise di Varese. Alla base di quella che il sostituto pg ha presentato come una vendetta ci sarebbe una liaison tra Uva e la moglie di un carabiniere, che l’operaio 43enne non nascondeva. “La presunta storia di Uva con la moglie di un carabiniere – ha spiegato il Pg – lui si vantava di questa relazione meritevole di una lezione nell’ottica di chi non si fanno scrupoli di piegare la propria funzione istituzionale a interessi personali”. La requisitoria si è poi focalizzata anche sugli esiti dell’autopsia che ha accertato due lesioni sul cadavere dell’artigiano incompatibili con la ricostruzione delle forze dell’ordine. Una prima ferita è stata trovata sulla parte superiore del capo e la seconda al naso. “Ematomi – ha sottolineato il pg – che non possono essere il frutto di autolesionismo, così come affermato dagli imputati nel tentativo di giustificarsi”. Il processo riprenderà il 23 maggio prossimo con gli interventi delle parti civili e le prime arringhe difensive.