Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, accolto ieri molto bene alla proiezione ufficiale a Cannes, inizia con una serenata sotto la finestra di una ragazza in una campagna senza tempo e finisce con un lupo che scorrazza fra le strade trafficate di una metropoli. È nella divaricazione tra queste due realtà spaziotemporali abissalmente distanti – e dunque nel non-spazio e non-tempo che le separa – che si dipana il film, centrato attorno alla figura di Lazzaro, giovane ragazzo di famiglia contadina toccato dalla bontà e dunque dalla felicità.

Lazzaro si prodiga con gli altri in tutti i modi, non sente il peso delle prevaricazioni, delle ribalderie, degli inganni che lo circondano. Lazzaro vive in una dimensione sua, dimensione della parabola e della favola, che lo porta a sopravvivere alla morte e a non invecchiare. Il suo nome non è casuale. Quando ritrova tutte le persone a lui vicine – la famiglia sua e quella della marchesina De Luna, padrona della tenuta dove i suoi lavorano come mezzadri, e soprattutto Tancredi, il figlio della marchesina stessa che lo ha usato per i suoi piani di rivolta contro la madre – per lui il tempo non è passato. Eppure tutti gli altri sono invecchiati.

Ma Lazzaro è un uomo pre-storico, ha una sua innocenza di fondo che gli permette di passare indenne dalla vita. Infatti quando precipita da una montagna non si ferisce né tantomeno muore, ma si risveglia grazie a un lupo che lo annusa e sente l’odore di un uomo buono, come recita la storia francescana che lui stesso racconta. Per questo personaggio pasoliniano, che evoca il Totò di La terra vista dalla luna, potrebbe valere la didascalia che chiude quel film di Pier Paolo Pasolini: essere morti o essere vivi è la stessa cosa.

In effetti Lazzaro sembra un fantasma e quando dopo tanto tempo, “risorto”, ricompare ai suoi – trasferitisi nella periferia della metropoli perché questo è stato il destino dei contadini nell’Italia moderna – tutti lo scambiano per uno spettro e si stupiscono che lui mangi. Il fatto è che in questa parabola che è il film l’unico a essere vivo al di là delle apparenze è proprio Lazzaro, mentre sia i contadini che i padroni sono puri ritratti: gli uni dei diseredati, gli altri degli sfruttatori. Tutti parlano un linguaggio fuori corso: i poveri non mandano i figli a scuola né conoscono i contratti di lavoro, i padroni fanno i conti della produzione parlando un linguaggio da latifondisti ottocenteschi. La marchesina teorizza perfino che lasciare quella gente nell’ignoranza la salva dalla sofferenza. Sofferenza data dalla coscienza e dal contatto con la storia.

Dunque per sopravvivere agli scossoni del tempo e della storia bisogna viverne al di fuori, munendosi solo di una fionda – unica arma simbolicamente infantile con cui affrontare gli ostacoli della vita – e di uno sguardo puro (come quello di Lazzaro) che, al di là del trascorrere degli eventi, mantiene come suo unico orizzonte quello di essere disponibile per gli altri. Nessun commercio con i fatti della vita è possibile per chi ne vive ai margini. Non è un caso, forse, che uno dei temi musicali del film sia un preludio di Johann Sebastian Bach (il Bwv 853 in mi bemolle minore) già utilizzato da Giovanni Fusco per scrivere il commento musicale di N.U. – Nettezza urbana di Michelangelo Antonioni, cortometraggio del 1948 sugli spazzini romani che vivono ai margini della città e della storia.

Rohrwacher incornicia la storia in un paesaggio molto italiano eppure quasi astratto: marcato cioè dai segni del tempo, per i quali le case, le strade, i ponti crollati, le campagne, le metropoli recano tutti l’impronta della storia ma anche della sua vanità. L’esodo dei contadini dalla campagna verso la città non ne migliora la condizione, la storia passa inutilmente su di loro. In questo senso Lazzaro felice è un film nelle sue intenzioni molto politico. D’altra parte è anche un film molto poetico perché proprio questa volatilità della storia è ciò che permette a Lazzaro di restarne immune e dunque di restare felice fino alla fine, di attraversare la vita munito solo della sua fionda.

Proprio per la sua dimensione allegorica e sospesa, il film di Alice Rohrwacher è una delle migliori cose viste finora in concorso, insieme con l’asciutto e struggente Cold war del polacco Pawel Pawlikowski e con lo straordinario viaggio nelle immagini e nei suoni di Le livre d’image di Jean-Luc Godard. Tre autorevoli candidati alla Palma di quest’anno.