C’è chi lo definisce il “Basaglia emiliano”, altri, come Don Gallo, lo ricordavano come “un invincibile che non si scoraggiava mai, un Don Chisciotte che si rialzava sempre”. Mario Tommasini, a Parma e non solo, lo conoscono tutti come l’uomo che ha liberato i matti di Colorno, l’ospedale psichiatrico che aveva sede nell’ex palazzo ducale del comune parmense. È qui che grazie a lui Franco Basaglia arrivò nel 1970 come direttore, ed è qui che i due, “lo scienziato e l’operaio” legati da valori comuni, contribuirono al ripensamento del concetto di ospedale psichiatrico. “Come Basaglia, Mario ha sempre condiviso la cura verso gli emarginati, i poveri, gli svantaggiati della società: dai matti ai bambini, dagli anziani ai disabili”, racconta a ilfattoquotidiano.it l’amico di sempre Bruno Rossi, giornalista e oggi presidente della Fondazione a lui dedicata.

Lo choc per la prima visita a Colorno
Ex partigiano, operaio con la quinta elementare che riusciva a parlare con professori e intellettuali, comunista non credente che aveva tra i suoi più cari amici preti e suore, Tommasini da politico operò sempre in nome di un ideale: aiutare i più deboli. La sua battaglia più grande fu la chiusura del manicomio di Colorno, dove nel 1965 erano rinchiusi 1200 malati seguiti da 4 medici e 170 infermieri che facevano turni massacranti. Tommasini, che all’epoca con il Pci era diventato assessore provinciale con delega all’ospedale psichiatrico, rimase sconvolto dalla sua prima visita alla struttura, che sembrava a tutti gli effetti un carcere, con inferriate alle finestre, stanze affollate di malati spesso legati o chiusi a chiave, in cui venivano utilizzati mezzi di contenzione come camicie di forza, bastoni, elettroshock.

La lotta contro la burocrazia per liberare gli internati
Dentro poi, Tommasini trovò non solo malati psichichi, ma prostitute, vagabondi, alcolizzati, perfino alcuni degli ex compagni partigiani o persone che anni prima aveva visto sparire dai borghi in cui era nato. “No, non posso abbandonarli”, aveva raccontato al ritorno dalla sua ispezione. E da allora cominciò la sua lotta contro la burocrazia per liberare gli internati. Mentre Basaglia portava avanti il suo lavoro di smantellamento del manicomio di Gorizia, Tommasini, pur non sapendo nulla del professore, cominciò a fare lo stesso in Emilia. Come Basaglia, anche lui iniziò la sua rivoluzione a Colorno cercando per prima cosa di ridare dignità e diritti alle persone: predispose abiti nuovi e un servizio di parrucchiere per le donne rinchiuse, curando la qualità del cibo che veniva servito, acquistando nuovi arredi, organizzando feste da ballo per far divertire i degenti e assumendo più personale per migliorare le condizioni di lavoro e di cura.

Il manicomio occupato dagli studenti
Tommasini puntava alla risocializzazione dei malati e ci riuscì anche facendo conoscere la realtà del manicomio all’esterno attraverso dibattiti e denunce, facendo diventare la follia, da sempre occultata, un problema di tutta la comunità. Tanto che alla fine del ’68 un gruppo di studenti universitari incontrò l’assessore e l’anno dopo, a seguito di un’assemblea alla presenza di studenti, amministratori, infermieri e parenti dei ricoverati, il manicomio venne occupato per 35 giorni e finì sui giornali di tutta Italia. “Noi facevamo l’assemblea coi malati al mattino e insieme organizzavamo la vita del manicomio – raccontava di quel periodo Tommasini – Sono stati gli unici 35 giorni in cui non si è ammazzato nessuno e nessuno è stato picchiato”.

Lo scienziato e l’operaio: l’incontro con Basaglia
In questo contesto l’incontro con Franco Basaglia fu uno snodo cruciale: sancì la nascita di un’amicizia e una lunga collaborazione che portò il professore per un anno a dirigere l’ospedale psichiatrico di Colorno. Fu Tommasini a cercare il contatto con lui, su suggerimento di alcuni suoi collaboratori. “Di Basaglia sapevo ben poco… – raccontava Tommasini – era un professore ma non sembrava rassomigliare agli altri. Diceva, da quel che avevo sentito, che se il malato si trattava diversamente, anche la malattia si modificava”. Un’idea molto simile a quella del politico parmigiano: “Mario pensava che l’unico modo per guarire quei malati fosse di restituire loro una vita normale, facendoli uscire dal manicomio – continua Rossi – affinché i matti fossero liberati dall’essere matti”. E così fece. Tommasini portò via da Colorno i degenti trovando loro case e sistemazioni in cui l’assistenza c’era, ma c’era anche la libertà di condurre una vita normale, riuscendo a suscitare la solidarietà di molti in città che tendevano la mano per riabilitare gli ex pazienti con finanziamenti e progetti. Dal 1970 gli ex internati vennero gradualmente inseriti nel mondo del lavoro, ricollocati in 250 appartamenti e sostenuti dall’amministrazione provinciale con sussidi mensili. E infine anche il manicomio parmense venne raggiunto dalla legge 180 che, forse non tutti sanno, all’inizio rischiò di portare anche il cognome di Tommasini di fianco a quello di Basaglia.

Non solo i matti di Colorno: anche orfani e disabili
I matti però non furono gli unici “figli” di Tommasini. Dopo il manicomio, fu la volta della chiusura del brefotrofio, dove venivano ricoverati e di fatto segregati i bambini abbandonati sotto i tre anni, che portò alla restituzione di cinquanta piccoli alle loro madri, messe nelle condizioni di prendersi cura dei loro figli attraverso gli aiuti necessari. L’attenzione di Tommasini si focalizzò poi sull’integrazione dei disabili attraverso il lavoro in cooperative, sulla riabilitazione dei detenuti con progetti di rieducazione e sul superamento delle case di riposo per anziani con iniziative residenziali condivise. Battaglie che ha portato avanti senza mai scendere a compromessi e scontrandosi persino con il suo partito, fino alla sua scomparsa nel 2006. “Mario ha sempre lottato per gli ultimi, sin da bambino, lottava per la vita – conclude Rossi ricordando la sua figura – La sua idea era abbattere le barriere che dividevano gli emarginati dal resto della società. Voleva che i più deboli avessero una vita normale, che fossero come tutti gli altri”.

Foto tratta dal sito della Fondazione Mario Tommasini