Qualche settimana fa, Giada si è buttata dall’ultimo piano del palazzo della sua università a Napoli, mentre i genitori e il fratello erano in facoltà, in attesa che arrivasse il suo turno per la discussione della tesi; ma Giada non era lì per discuterla perché, contrariamente a quanto aveva raccontato alla famiglia, non aveva completato gli esami. Magari aveva immaginato uno scenario universitario per confessare la sua bugia e la sua sofferenza e magari le cose le sono sfuggite di mano o forse no ed era proprio quello che voleva fare.

Vicende come quella di Giada non sono così insolite anche se nella maggior parte dei casi non hanno un epilogo così drammatico. Studenti fuori sede (o anche in sede) hanno difficoltà a portare avanti il percorso di studi per tanti motivi – difficoltà di concentrazione, materia poco affine alle proprie attitudini, paura degli esami, a volte semplicemente non sono interessati a proseguire gli studi, ecc. – ma non manifestano apertamente questa difficoltà, prendono tempo raccontando in famiglia o agli amici (a volte anche ai partner) di traguardi non raggiunti, nell’illusione di poter entro breve miracolosamente recuperare il ritardo e risanare il gap. Invece il problema si ingrandisce e con questo la distanza tra quello che realmente riescono a fare e quello che raccontano. Così che viene costruita di fronte agli altri, un’immagine di sé che non corrisponde per niente a quello che si è e a quello che si sta facendo e che soprattutto non fa trapelare all’esterno alcun indizio del dramma che la persona sta vivendo internamente. Si arriva ad un punto che la cosa sfugge di mano, si perde il controllo della situazione e non si può più mantenere l’immagine costruita fino a quel momento, ne si può tornare indietro.

Quello che succede dopo dipende da quanto è considerato pericoloso essere “scoperti” e, per chi ha costruito l’immagine su un bluff, il pericolo in genere è alto. Attaccare, immobilizzarsi o fuggire; si dice che sono queste le reazioni di un individuo di fronte ad un grave pericolo. Giada ha scelto di “fuggire” – se possiamo considerarla fuga, per lo meno per come viene raccontata – dal pericolo di dover rivelare una realtà diversa, di dover leggere la delusione negli occhi dei suoi cari e viversi il fallimento del progetto di studio non concluso.

Quello su cui Giada forse non ha riflettuto abbastanza è il fatto che quel progetto molto probabilmente non era costruito sulle sue attitudini, ma era più basato sull’adesione ad aspettative esterne; oppure era un progetto inizialmente condiviso ma per il quale non era previsto che si trovasse in difficoltà, magari era sempre stata una studentessa modello e ci si sarebbe aspettati da lei un percorso universitario esemplare, veloce, senza intoppi.

Per costruire uno scenario così distante tra immagine raccontata e situazione reale servono in genere almeno due fattori: da una parte un ambiente esigente che (più o meno apertamente) pone aspettative alte ed è poco sensibile alle specificità individuali, un ambiente dove i figli vengono riconosciuti poco per quello che sono e invece stimolati molto ad aderire ad aspettative massimali, per confermare l’adeguatezza genitoriale; dall’altra parte, la difficoltà di riconoscere e affermare le proprie esigenze e un’attitudine ad aderire alle aspettative esterne, con la paura di deludere quelle aspettative e un senso di fallimento quando questo poi effettivamente avviene.

Come genitori non è facile essere presenti nella relazione e riconoscere l’altro, il figlio, per quello che è con le sue caratteristiche e i suoi sentimenti, ma ci dobbiamo sempre provare. Facciamo attenzione a non caricare troppo i nostri ragazzi di obiettivi massimali o che magari non abbiamo raggiunto oppure che abbiamo raggiunto e non vogliamo che siano messi in discussione visto che le scelte dei figli hanno sempre un grande potere confermante o disconfermante per i genitori.