Se ti metti ad ascoltare tutto ciò che suona nella selva cosa pensi?” La frase ricorrente, voce fuori campo, spirito sospeso e incantatore, è la magia psichedelica a base di ayahuasca del film Icaros: a vision. Docu-fiction girato nella giungla del Perù dai registi Leonor Carabello e Matteo Norzi che richiama alla mente smarrimento e fascino dei fantasmi dello Zio Boonmeè di Apichatpong Weerasetakul, ma che è soprattutto un doloroso e stupefacente viaggio tra i riti sciamanici della tribù dei Shipibo-Conibo alla ricerca del superamento dei limiti della paura del singolo. Se nel film è Angelina (l’attrice Ana Cecilia Stieglitz), una giovane americana che intuiamo avere un tumore incurabile, a ricorrere ad un “guaritore miracoloso” in mezzo alla folta vegetazione dell’estremo est peruviano, nella realtà era stata la regista Caraballo ad avere scoperto di avere un cancro al seno in fase terminale prima delle riprese del film e a tentare di portare a termine vanamente l’impresa del concluderlo.

In un silenzioso villaggio con bungalow lontano dal mondo, disturbata connessione web e Skype, area relax comune, bagni e carta igienica, durante la notte i “turisti” (c’è anche Filippo Timi che parla italiano nella versione originale) vengono invitati a ingurgitare beveroni notturni di ayahuasca che trasportano in una dimensione “altra”. Angelina è dapprima indecisa (“ci vuole intenzione altrimenti lo spirito capisce”), poi cerca addirittura un suo bicchiere personale, infine comincia a fidarsi di Arturo, giovane curandero, a sua volta dolorante di un fastidio sempre più invadente ad un occhio che poi si rivelerà prodromo della cecità. Intanto un’anziana della tribù viaggia sul fiume con una barchetta di legno e una pianta interrata a prua, mentre un’altra voce fuori campo decanta poteri e storia delle infinite piante del luogo. Icaros: a vision staziona proprio nel crocicchio tra la pura esplorazione dell’ignoto herzoghiano e il tentativo di una fusione tra razionalità modernista e irrazionalità ancestrale dell’uomo. La graduale visione psichedelica delle soggettive mentali dei protagonisti assumono le forme variabili di immagini tomografiche, ipnotizzanti intarsi dei segni tipici usati dai Shipibo-Conibo per vasellame e tele (cercateli online sono incredibili), e mero scivolamento dalla veglia al sonno dove le tenebre della giungla diventano inserti allucinogeni e onirici.

“Il film è una storia sulla paura e sulla liberazione dalla paura, la paura della malattia e della morte, ma anche la paura della vita e del vivere – spiega il regista Norzi – E della capacità di vivere attraverso le proprie paure, capacità che la pianta amazzonica Ayahuasca aiuta a ottenere e che abbiamo sperimentato noi stessi nella realtà”. Come spiegano invece nella presentazione stampa i distributori italiani di Lab80, l’Ayahuasca (aya-wasca, letteralmente “liana degli spiriti/dei morti” in lingua quechua) a cui vengono attribuite da tempo prerogative magiche e terapeutiche è un “infuso psichedelico a base di diverse piante amazzoniche, in grado di indurre un potente effetto allucinogeno” ed è caratteristico “delle diverse forme di sciamanismo amazzonico praticate nei territori di Perù, Colombia, Ecuador, Brasile, Bolivia e Venezuela”. La pozione base, spiegano ancora da Lab80, viene prodotta facendo bollire insieme un minimo di due piante amazzoniche, la liana Banisteriopsis caapi e le foglie dell’arbusto Psychotria viridis. Dagli anni ’90 le potenzialità terapeutiche e la fama della Ayahuasca sono aumentate esponenzialmente grazie all’interesse del mondo accademico. Soprattutto in conseguenza della diffusione del Santo Daime, un culto neosciamanico di carattere sincretico originatosi in Brasile negli anni ’30 che ne ha contribuito ad espanderne l’utilizzo al di fuori dell’Amazzonia e del sud America. Icaros: a vision al momento in cui scriviamo è visibile in quattro sale italiane: Apollo 11 di Roma, Cinema Lab 80 di Bergamo, Cinema Beltrade di Milano, Cinema Massimo di Torino, Centro Pecci di Prato, Cinema Postmodernissimo di Perugia.