Capisco che nella dirigenza Pd ci sia poca voglia di trattare. Anche sulle braccia di un umile consigliere comunale di Provincia come me si alza una discreta pelle d’oca quando si parla di dialogo Pd-M5s.

Succede a chi viene insultato violentemente, ogni giorno, da anni. Nel microcosmo di una città si riverbera in piccolo tutta la strategia comunicativa storica del Movimento 5 stelle. Anche qui, come se fossimo in Parlamento, i consiglieri pentastellati fanno un’opposizione totale, urlata ed anche molto personale. Molti colleghi fanno fatica a salutare, forti e fieri della propria diversità.

Tutto coerente, del resto nella distruzione del nemico, nell’impresentabilità della sua classe dirigente, nella superiorità antropologica si sono costruite le vittorie grilline degli ultimi anni.

Che cos’era, in fondo, lo streaming dell’incontro con Pier Luigi Bersani, se non il voler rimarcare di considerarsi “di un altro pianeta“, di praticare una diversità che impedisce qualsiasi trattativa? Il “non siamo a Ballarò” di Roberta Lombardi era né più e né meno il rifiuto acritico a quel “contratto alla tedesca” proposto allora da Bersani e oggi, a parti invertite da Luigi Di Maio.

Per questo ho vissuto come uno spettacolo di amara comicità il fugace periodo di tregua M5s-Pd, benedetto dal cerchio magico Grillo-Casaleggio-Di Maio (a cui va aggiunto più il riservista Di Battista), con la conseguente strategia degli “occhi dolci” al Pd e la rimozione dei post più duri dalle pagine e dai siti filo-moVimento.

Capisco quindi emotivamente il #senzadime, sbandierato da una parte rilevante del gruppo dirigente del Pd. Non lo capisco politicamente.

Mi hanno insegnato che la politica non si fa con il rancore, si fa con la testa e con la passione. A mio modesto avviso, usare la testa, in questo caso, significa innanzitutto recepire il messaggio che è arrivato violento come un treno in faccia dalle ultime elezioni politiche. E il messaggio è che, semplicemente, non si capisce a che serve e chi rappresenta oggi il Pd.

La direzione nazionale potrebbe essere l’occasione per chiarire alle altre forze politiche, ma soprattutto agli elettori, che cos’è oggi quello che resta comunque il più grande partito della sinistra italiana. A partire da alcune semplici e chiare proposte.

Forse non è anche per questo, per l’assenza di una linea chiara, che il Pd è oggi al 18%? Forse non sarà che tra reddito di cittadinanza e lotta alla casta da una parte e flat tax e anti-immigrazione dall’altra non si sia capito quale sia la cifra caratterizzante del Partito Democratico? Io credo che non ci sia altra strada, almeno al momento, che utilizzare la direzione nazionale per mettere nero su bianco alcuni punti programmatici, in grado sostituire un volto riconoscibile all’immagine amorfa che oggi ha il Pd. Una proposta concreta da fare al M5s, come straordinaria occasione del Pd ha rifondare se stesso, definendo un’identità finalmente riconoscibile.

Attenzione: non una proposta per governare ad ogni costo! il Pd ha governato 5 anni con una maggioranza esigua, portando il peso della croce di decisioni difficili, di una ripresa lenta. Spetta ad altri, prima che al Pd, la responsabilità di trovare un accordo per non rimandare il Paese (inutilmente) alle urne. Parlo di una proposta sfidante, che condizioni il M5s a fare due cose. Da una parte a chiudere definitivamente la contrapposizione antropologica al Pd, accettando di condividere la responsabilità di alcune scelte, anche se sono in continuità con la linea dei governi Renzi-Gentiloni, dall’altra ad interrompere la contiguità con l’elettorato della Lega, costruito con l’ambiguità della posizione del M5s su molti temi.

Una proposta, insomma, per niente facile da accettare, che rimandi la palla là dove deve stare, ovvero da chi ha preso più voti.

Ecco qualche esempio, del tutto indicativo. Ne scrivo simbolicamente 8 (ve li ricordate gli 8 punti di Bersani?):

1. Bloccare l’aumento dell’Iva al 25%. Attenzione ai parametri di debito e deficit, tenuta dei conti in ordine, per lasciare un Paese in salute alle prossime generazioni.

2. Infrastrutturare il Paese. Fare un grande piano per realizzare quelle infrastrutture, tradizionali e tecnologiche, di cui il Paese ha bisogno per essere competitivo ed accorciare la distanza tra Nord e Sud..

3. Ampliare il reddito d’inclusione (già introdotto dal governo Gentiloni), come strumento per costruire un welfare economicamente ed eticamente sostenibile a sostegno a chi non ha un salario. Ad esso accompagnare politiche per incentivare le assunzioni e le stabilizzazioni.

4. Varare una riforma fiscale che sia il contrario della flat tax. Una tassazione ancora più progressiva, con un sistema di scaglioni, incentivi e detrazioni che disincentivi al ricorso al nero.

5. Approvare una legge sul conflitto di interessi, che non riguardi però solo le televisioni ma anche la rete.

6. Continuare sulla strada del riconoscimento dei “diritti”, sul modello delle leggi su unioni civili, testamento biologico e “dopodinoi”.

7. Sostenere il sistema di pubblica istruzione. Ridare autorevolezza al ruolo dell’insegnante, a partire dall’aumento dei salari.

8. Individuare un presidente del consiglio autorevole e indipendente, in grado di garantire l’accordo raggiunto, libero dalle imposizioni di Grillo-Casaleggio. Una personalità del rango di quelle selezionate, a suo tempo, dal M5s per la presidenza della Repubblica.

Non sarebbe un buon modo per sostituire il vuoto #senzadime con il più concreto #questoèilpd?

Buona direzione!