Non è un accordo, ma un primo passo per iniziare un dialogo sui “temi”. Un nuovo tentativo che, stando a quando dichiarato dai 5 stelle, è anche l’ultimo possibile prima di chiedere il ritorno al voto. Il Pd e il Movimento 5 stelle sono usciti dal primo incontro con il presidente della Camera Roberto Fico e hanno dato segnali di apertura. “Con spirito di leale collaborazione”, ha detto per primo il dem Maurizio Martina, “non nascondendoci le diversità e punti di partenza differenti anche dal punto di vista programmatico su temi essenziali, ci impegniamo ad approfondire questo possibile percorso di lavoro”. “Esprimo apprezzamento per l’apertura”, ha replicato poco dopo Luigi Di Maio. Certo la lista delle condizioni è lunga e piena di ostacoli: da una parte i democratici dovranno passare dal voto della direzione e affrontare la rivolta dei renziani, dall’altra i 5 stelle chiederanno la ratifica dell’eventuale contratto di governo da parte degli iscritti M5s alla piattaforma Rousseau. Ma qualcosa si è mosso: il mandato esplorativo della terza carica dello Stato, mirato alla ricerca della maggioranza tra Pd e 5 stelle, per ora non ha trovato veti insormontabili come quello della presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati. Innanzitutto non è stato messo in discussione Di Maio, segno che almeno per ora anche i democratici, se otterranno garanzie sui temi (Martina ha chiesto ad esempio risposte su Europa, lavoro e democrazia), non si opporranno alla sua leadership. Il capo politico 5 stelle, come richiesto dal Pd, ha riconosciuto la chiusura definitiva del fronte con la Lega accusando Matteo Salvini di “volersi consegnare all’irrilevanza”: (“Forse voleva dire coerente e leale”, gli ha replicato poi il leader del Carroccio. Di Maio comunque, dopo il colloquio con Fico si è rivolto direttamente ai dem e ha detto: “Con il Pd ci sono profonde differenze e anche dei trascorsi da non ignorare ma sui temi ci siamo. Chiedo al Pd di venire al tavolo per verificare i presupposti”. Ma ha anche detto, per la prima volta: “Se fallisce questo percorso per noi si torna al voto. Con 388 parlamentari non possiamo essere all’opposizione”.

I segnali, iniziati già in mattinata dal fronte Pd, indicano però che qualcuno crede nell’apertura. Ma il vero problema ora è interno: riuscire a convincere le anime ribelli dell’una e dell’altra parte a votare la fiducia e stare nel patto. Il Pd, il primo a essere stato ricevuto da Fico, è entrato diviso alle consultazioni e ne è uscito comunque spaccato. Infatti mentre il segretario reggente Maurizio Martina si dimostrava possibilista alle aperture e condizionava il tutto a una valutazione della direzione dem, i fedelissimi dell’ex segretario su Twitter si affrettavano a scrivere che avrebbero votato contro. L’hashtag utilizzato, #senzadime, è lo stesso finito al centro delle polemiche nei giorni subito dopo il voto perché diffuso da un numero limitato di account sospetti. Oggi a usarlo sono gli stessi renziani, da Michele Anzaldi ad Anna Ascani fino a Sandro Gozi. Tutti in coro ribadiscono che, se interpellati, voteranno contro.

Di Maio: “Apprezzamento per le parole di Martina”. Giovedì assemblea gruppi M5s
Per i 5 stelle è un momento molto delicato. Il forno Pd è uno dei più rischiosi: la base e molti degli eletti temono che il compromesso per sedersi al tavolo con gli avversari storici sia troppo rischioso. E anche di questo parleranno nell’assemblea dei gruppi parlamentari in programma giovedì 26 aprile. Di Maio però rimane convinto dell’importanza di continuare a sondare le reali intenzioni del Partito democratico, per vedere anche fino a che punto accetteranno di stare al gioco. E per farlo ha chiuso definitivamente a Matteo Salvini, almeno davanti ai riflettori: “Salvini si è condannato a irrilevanza. Governo con centrodestra non più percorribile. Qualsiasi discorso con la Lega si chiude qui”. E ha ribadito che l’accordo sarà ratificato dagli iscritti alla piattaforma Rousseau. “Sono passati circa 50 giorni in cui abbiamo provato in tutti modi e tutte le forme a firmare un contratto di governo per il cambiamento del Paese con Salvini e la Lega ma loro hanno deciso di condannarsi all’irrilevanza per rispetto dei loro alleati e del loro alleato invece di andare al governo nel rispetto degli italiani. E’ chiaro che un governo del centrodestra non è più un’ipotesi percorribile, gli unici che non l’hanno capito sono forse proprio loro ma dopo il fallimento del mandato di Casellati quell’ipotesi tramonta del tutto”. Nel merito della parole di Martina invece, ha detto: “Abbiamo apprezzato le parole del segretario del Pd Martina, sono parole che vanno in direzione dell’apertura. Abbiamo detto al presidente Fico che manteniamo la linea delle elezioni, di insistenza sui temi per il cambiamento del paese e abbiamo detto che non rinunciamo ai nostri valori e alle nostre battaglie politiche”. “Se fallisce con il Pd, noi chiederemo il ritorno al voto. Con 388 parlamentari non possiamo essere opposizione”.

Martina apre, i renziani si ribellano. Ma il confronto è rimandato alla direzione
La strategia dell’apertura Pd è gestita dal segretario reggente Martina, sostenuto dalle anime dialoganti come Dario Franceschini e Andrea Orlando. Davanti a Fico si è presentato con i due capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci, ma anche il presidente Pd Matteo Orfini. Uscendo dal colloquio con il presidente della Camera ha dato il via alle manovre di dialogo, ma chiedendo come prima condizione che sia chiuso il fronte di accordo con la Lega e che “il percorso nuovo” sia approvato e discusso dalla direzione. E, come presupposto per far andare avanti il dialogo, ha chiesto che arrivino risposte su tre temi definiti prioritari dai democratici: “un’agenda europeista”, il rinnovamento della “democrazia superando il populismo” e le “politiche del lavoro rispettando gli equilibri di finanza pubblica”. Durissima la reazione a caldo del fronte renziano che, a più voci, ha chiuso e annunciato il voto contrario nella direzione che potrebbe essere convocata già il 30 aprile.

“Abbiamo detto a Fico una cosa”, ha dichiarato Martina al termine dell’incontro, “dopo 50 giorni di questa situazione che abbiamo tutti osservato e vissuto di impossibilità ad arrivare ad una proposta di governo, noi siamo disponibili a valutare il fatto nuovo se verrà confermato in queste ore e cioè la fine di qualsiasi tentativo di un accordo con la Lega“. Il segretario reggente ha quindi dato segnali di apertura, condizionati però da un confronto con “i gruppi dirigenti”: “Con spirito di leale collaborazione, non nascondendoci le diversità e punti di partenza differenti anche dal punto di vista programmatico su temi essenziali, ci impegniamo ad approfondire questo possibile percorso di lavoro comunque coinvolgendo i nostri gruppi dirigenti”. Quindi “la direzione nazionale deve essere chiamata a valutare, approfondire discutere ed eventualmente deliberare un percorso nuovo che ci coinvolga”. Martina in particolare ha chiesto “risposte” sulle “priorità del Partito democratico”. Il Pd è disponibile a dialogare con M5s sulla base dei 100 punti del suo programma di governo e su tre punti “già evidenziati durante le consultazioni al Quirinale”: una “agenda europeista”, il “rinnovamento della democrazia superando il populismo”, politiche del lavoro “rispettando gli equilibri di finanza pubblica”. Quindi Martina ha concluso: “Attendiamo di capire gli sviluppi, lo faremo con la massima disponibilità, tenendo fermi la chiarezza, la responsabilità, il riconoscimento della fase del Paese che sta attraversando. Il tira e molla di questi 50 giorni che non hanno prodotto nulla non lo si deve certo al Pd“.

Le prime reazioni di chiusura sono arrivate appunto dagli esponenti più vicini a Matteo Renzi. Intanto Matteo Orfini, che pur essendo stato parte della delegazione ha detto: “Di Maio in questo momento ci sta chiedendo pubblicamente di fare un accordo sulla base di un confronto programmatico. Per chiarezza, sulla proposta di un accordo per un governo politico Pd-M5s la mia personale posizione resta la stessa di sempre: sono contrario”. Salvo poi aggiungere che comunque convocherà al più presto la direzione. Ancora più duri i renziani storici. Il deputato Michele Anzaldi ad esempio, su Twitter ha inveito: “Davvero qualcuno nel Pd pensa di fare il governo con Di Maio e Casaleggio? Messaggio incomprensibile e umiliante per i nostri elettori”. Ma anche la deputata Anna Ascani: “Qualora il reggente Martina sottoponesse qualsivoglia ipotesi di governo Pd-5 stelle alla direzione del partito, io voterò convintamente, senza esitazioni, contro”.  Stessa opinione anche per il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi: “Al momento non vedo le condizioni per un accordo con il M5s e in direzione nazionale voterei contro. Cosa ne pensa Renzi? Chiedetelo a lui”, ha sorriso Gozi, secondo il quale “la chiusura del dialogo con la Lega sarebbe il primo, minimo segnale dal M5s”. No anche da Alessia Morani: “Sono certa che nessuno si stupirà se, in coerenza con quanto ho sempre affermato, dovessi esprimere la mia contrarietà a un’ipotesi di accordo politico con i Cinquestelle. Non trovo un solo punto di contatto tra noi e loro, abbiamo programmi incompatibili a partire da lavoro, scuola e salute. Troppe cose ci dividono, le distanze sono incolmabili”. Tra chi invece lascia uno spiraglio all’ipotesi di accordo c’è Gianni Cuperlo: “Sono d’accordo con Maurizio Martina”, ha detto. “Se il Movimento 5 stelle dichiara archiviato il tavolo con la Lega, il Pd deve tener conto della novità. La direzione, da convocare al più presto, si confronti ed esprima sul nuovo scenario una posizione condivisa”.