Gli androidi sognano pecore elettriche? Sicuramente su Detroit: Become Human, ultima fatica di Quantic Dream e di David Cage, sì: provano sentimenti, piangono e sono molto più umani degli stessi umani. Questo il primo impatto che abbiamo ricevuto dal titolo, in arrivo a maggio esclusivamente su Playstation 4, dopo appena 10 minuti di gioco durante un evento ad esso dedicato organizzato nelle scorse settimane da Sony.

Tre personaggi molto diversi tra loro, Connor, Markus e Kara, tre androidi che i giocatori andranno ad impersonare nel corso dell’avventura a Detroit, modelli diversi prodotti dalla CyberLife, azienda che sviluppa robot umanoidi da affiancare agli umani nelle loro attività quotidiane e che svolgono le attività più disparate, anche meglio degli umani, creando in questi ultimi la diffidenza tipica nei confronti del “diverso”, anche se si tratta di “creature” sviluppate dagli stessi umani.

In meno di tre ore abbiamo vissuto 3 vite sintetiche completamente diverse ma in qualche modo collegate: Connor nelle sue direttive primarie assiste gli umani con le sue doti da detective, non importa se questo lo porterà a schierarsi contro i suoi simili. Markus invece assiste Carl, un pittore che ha perso l’utilizzo delle gambe ed ha bisogno di cure quotidiane, l’artista è molto legato al sintetico e come una sorta di figlio adottivo cerca di insegnargli la bellezza dell’arte, quasi a voler dimostrare che sia in grado di provare sentimenti. Kara è un’assistente domestica che si occupa di una bambina in una famiglia problematica dove il padre, che ha perso il lavoro a causa degli androidi, si sfoga nell’alcol e maltratta la figlia, in un quadro non proprio idilliaco. Nonostante i tre personaggi siano governati da algoritmi superiori, Detroit: Become Human ci permetterà di seguire o ignorare la programmazione dei personaggi, dimostrando l’umanità intrinseca degli androidi protagonisti.

I giochi di Quantic Dream spesso vengono criticati per essere quasi dei film interattivi, qualche quick time event e molti filmati delineano un’esperienza più “interattiva” che d’azione, e sebbene di Detroit: Become Human non si possa dire il contrario, durante la nostra prova Connor, grazie alle sue routine di investigazione, ci ha ricordato molto Heavy Rain; l’osservazione delle scene del crimine diventa basilare, tenendoci costantemente concentrati sul cercare di svelare il perché i nostri simili -altri android- hanno infranto la routine che li governa. Sicuramente per chi ha avuto modo di confrontarsi con i giochi precedenti di Quantic Dream ritroverà delle meccaniche familiari, come il movimento lento dei personaggi e l’osservazione quasi ossessiva degli ambienti, ma è tutto armonizzato talmente bene nel gioco stesso che passa quasi in secondo piano, aumentando l’immersione del giocatore in questo futuro non troppo distante dal nostro.

Le scelte in Detroit come avrete intuito sono il vero fulcro di tutto il gameplay, e finita la primissima “scena” abbiamo potuto notare la vasta varietà di opzioni e scelte a disposizione, permettendo dunque una rigiocabilità molto alta di un titolo che di primo acchito potrebbe invece sembrare un lungo corridoio interattivo. Niente di più distante dalla realtà, qualunque scelta voi facciate, qualunque azione scegliate il gioco arriverà alla sua fine, anche nel caso della morte di uno dei protagonisti.

A completare l’immersione totale in questo futuro ci pensa il doppiaggio, talmente raffinato da far venire la pelle d’oca in alcune scelte dei nostri personaggi, delineando non solo voci gradevoli e ben interpretate nella nostra lingua ma anche una potenza narrativa di tutto rispetto, che rende i tre protagonisti realistici e tridimensionali, andando a toccare in più di una situazione le corde del cuore del giocatore.

Sicuramente Sony e Quantic Dream hanno riposto in Detroit: Become Human una cura dei dettagli maniacale tutta a disposizione del giocatore che vuole provare un esperienza intensa e sicuramente diversa dalla solita tipologia di giochi, una riflessione su un mondo futuristico non così lontano da quello che viviamo, con delle tematiche fin troppo attuali, che dimostrano ancora una volta come l’uomo possa essere pieno d’amore e allo stesso tempo estremamente crudele con quello che non capisce e che vede come un qualcosa di “estraneo” atto a scombinare la propria routine quotidiana. In definitiva Detroit: Become Human, al di là della bellissima grafica che lo anima, sembra dettare dalle poche ore provate un’esperienza intensa e coinvolgente, votata alla completa immersività del giocatore e alle sue scelte. Scelte che possono dimostrare in più di un’occasione quanto gli androidi possano essere umani.