Ragazzi che minacciano prof, adolescenti che bullizzano i compagni, bambini che mettono in atto comportamenti aggressivi verso coetanei e insegnanti. La cronaca di questi mesi è ormai un bollettino di guerra, e di fronte a professori messi letteralmente sotto assedio, le scuole si scoprono prive di strumenti. Trovare strategie per arginare e punire i violenti è oggi un tema all’ordine del giorno, così come mettere in atto programmi (ri)educativi verso bambini e ragazzi che hanno perso ogni senso del limite. Ma mentre le scuole si interrogano, noi genitori dovremmo fare una riflessione sulle nostre colpe. Che sono enormi, visto che tutto ciò che facciamo fin da quando nostro figlio nasce non fa altro che alimentare quell’individualismo e quell’indifferenza verso l’autorità che sono il segno distintivo dei bulli.

Partiamo dell’inizio: quando un bambino oggi viene al mondo quasi sempre non ha fratelli, mentre ha molti nonni, zii, persone adulte che lo circondano. Tutti gli adulti sono protesi verso il nuovo bambino, lo ricoprono di oggetti per lo più inutili, lo trattano come fosse, letteralmente, un principe. Il bambino cresce in quest’atmosfera di permissivismo totale. Può fare ciò che vuole, dormire nel letto dei genitori, avere il seno ogni volta che vuole (attenzione: questa non è una critica all’allattamento al seno, ma una riflessione educativa ed etica), ottenere tutto ciò che desidera perché i genitori, spesso avanti negli anni, vivono per soddisfare ogni richiesta. Di fatto, questi stessi genitori che leggono manuali e saggi sull’importanza del no, non sono capaci di mettere dei paletti rigidi, insuperabili. I loro divieti sono lievi, spesso sono messi e subito tolti. Soprattutto credono, in buona fede, che la cosa importante sia sviluppare empatia e vicinanza col bimbo, sviluppare un rapporto al tempo stesso protettivo e paritario. Il rapporto autorevole-autoritario di un tempo, quello del libro “Cuore” per intenderci, appare qualcosa di spaventoso, antico, sbagliato.

Così i ragazzini crescono spesso figli unici, gratificati in tutto ciò che vogliono fare. Chiede di praticare un certo sport? Subito, la mamma si organizza. Vuole i vestiti di una certa marca? Perché no, altrimenti gli altri lo prenderanno in giro. Desidera le vacanze estive migliori? Senza dubbio, e pazienza se magari i genitori ne faranno meno o dovranno rinunciare a qualcosa, ciò che conta sono loro. Che non devono soffrire in nessun modo, non devono essere impediti nella loro autoespressione individuale, come sostengono anche i programmi didattici degli asili nido e scuole dell’infanzia (un esempio emblematico? Il fotografo di fine anno, che fa una sorta di book fotografico al bambino, da solo).

È chiaro che quando questo bambino, a cui i genitori allacciano le scarpe ancora a dieci anni e infilano le mutande a otto, arriva a scuola, sarà veramente difficile per lui accettare le regole di un contesto comunitario che per lui è qualcosa di estraneo. E proprio dallo scontro tra bambini cresciuti in maniera totalmente individualistica e senza reali confini e un’istituzione che ancora mantiene regole e divieti nascono tutte le difficoltà che vediamo: bambini incapaci di fare i compiti da soli, irrequieti e agitati, subito etichettati, per proteggerli, come minori con deficit di attenzione o altre patologie, preadolescenti e adolescenti che diventano bulli, ragazzi che lasciano la scuola. In modi diversi, tutti esprimono il disagio di un conflitto con una realtà impone doveri con i quali i nostri figli non hanno idea di come rapportarsi.

E allora quello che possiamo fare è una riflessione urgente sui nostri comportamenti, per correggere la rotta rispetto ai nostri valori e alla (non)educazione data ai nostri figli.

Cosa può fare un genitore:

1. La prima cosa che possiamo fare è smettere di iper-proteggerli. Ma farlo seriamente. Lasciare che si facciano male, sbattano la testa (in ogni senso), lasciarli andare. Arretrare, come dice un bel libro di Luciano di Gregorio (Genitori fate un passo indietro, appena uscito per Franco Angeli).

2. La seconda cosa è ricordare che i bambini hanno non solo diritti, ma anche doveri (di studiare, aiutare in casa, rispettare etc). Un tempo l’educazione infantile si basava soprattutto su quelli, oggi sono incredibilmente dimenticati.

3. Ancora: ricordare che voi siete sopra e vostro figlio sotto, riscoprire cioè una dimensione di verticalità rispetto ai nostri figli e non solo di orizzontalità.

4. Quarto: porre dei no, fermi, ineluttabili. Pure se nostro figlio soffre, anzi ancora meglio, perché poi soffrirà di meno.

5. Quinto: riscoprire contesti collettivi, che sono terapeutici. Che siano la parrocchia, gli scout, un kibbutz, qualsiasi cosa. Preferite gli sport di squadra a quelli individuali.

6. Infine: sottrarsi al consumismo sfrenato che ormai segna le vite dei nostri figli. Vedo dodicenni con smartphone superiori a quelli dei genitori, una cosa assurda. Il consumismo li sta distruggendo, e pure noi, visto che fatichiamo sempre di più stargli dietro, specie in una società in cui il lavoro non dà reddito e che si sta sempre più impoverendo.

Insomma: dovremmo rovesciare completamente il nostro modello educativo. Comportarci duramente con i nostri figli,  ricordargli fin da piccolissimi i loro doveri e punirli severamente se non li rispettano. Riprendere in mano la letteratura educativa ottocentesca, perché no. Ci sono spunti meravigliosi, dove bambini che hanno infranto le regole vengono umiliati ma al tempo stesso aiutati a capire le devastanti conseguenze dei loro errori.

Paradossalmente, oggi tutto questo potrebbe aiutarci a riscoprire un nuovo modo di essere genitori, dopo anni di conformismo-consumismo, esaltazione del bebè, paura di ogni minima sofferenza e conseguente iperprotezione. Ricominciare dai valori, che abbiamo per primi dimenticato. Forse così avremo meno ragazzi violenti e meno bulli. Ragazzi che si alzano in piedi quando i professori entrano in classe e che mai oserebbero fare certe cose. Ragazzi che hanno ancora timore, e dunque più felici. Perché chi non ha più timore non crede più a niente. E chi non crede più a niente è un adolescente disperato.

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