Atalanta e Ippomene è il titolo di un dipinto realizzato da Guido Reni, tra il 1620 e il 1625 circa, e conservato al museo di Capodimonte di Napoli.

L’opera riporta un episodio tratto dal mito di Atalanta, bellissima cacciatrice, imbattibile nella corsa e refrattaria alle nozze poiché un oracolo le aveva predetto che, col matrimonio, avrebbe perso tutte le sue abilità agonistiche.

Per accontentare il padre ma, allo stesso tempo, conscia delle proprie qualità, la giovane fanciulla promette allora di sposarsi soltanto con chi fosse stato in grado di correre più velocemente di lei e di punire con la morte i pretendenti che non fossero stati capaci di superarla nella gara.

Ippomene, follemente innamorato della ragazza, decide di cimentarsi nella pericolosa prova utilizzando, però, uno stratagemma ordito da Afrodite: durante la corsa, il giovane fa cadere in terra tre pomi d’oro con lo scopo di rallentare la velocità della ninfa. Tentata dai pomi e colpita dal coraggio del suo spasimante, Atalanta si ferma a raccogliere le sfere concedendo a Ippomene la possibilità di superarla e quindi di prenderla in sposa.

È Ovidio a raccontarci questa vicenda nelle Metamorfosi.

Riportando il mito ai giorni nostri e calando tale episodio nella cruda realtà calcistica, è chiaro come la corsa dell’Atalanta non sia stata fermata da un Benevento-Ippomene il quale, piuttosto che rifilare tre pomi aurei alla giovane fanciulla, nella gara agonistica li ha invece subiti.

Eppure, ora che anche il girone di ritorno volge al termine, dagli spalti giallorossi non ne facciamo più una tragedia – non ce ne voglia Euripide.

Il Benevento sta scrivendo, infatti, un suo personale racconto mitologico-calcistico, che esula dal mito classico e che sarà tramandato, di generazione in generazione, nei millenni futuri.

Impossibile da dimenticare, questo campionato riecheggerà nello spazio e nel tempo e, partendo dagli aedi del Vigorito, si propagherà, nella tradizione orale e poi in quella scritta, fino alle regioni più remote del pianeta, rimbalzando di popolazione in popolazione.

La memoria resterà salda per mescolarsi alla leggenda mentre, in città, arriveranno genti da paesi lontani ad ammirare lo stadio e ad avviare un rigoroso collezionismo di sciarpette e cappellini dell’anno 2017/2018.

Fortunati i presenti! Alcuni potranno dire “io c’ero!” e le magliette della squadra saranno conservate come sacre reliquie, in teche di vetro, affinché il racconto di questa straordinaria stagione continui a risuonare intatto nei secoli dei secoli.

Ps: La quindicesima edizione del Premio Stregone va a Ovidio (Publio Nasone) che, sotto sotto, simpatizzava anch’egli per il Benevento.