Auspica di essere presto “interrogato dai pm”, Carlo Luca Romanò, primario dell’ospedale Galeazzi arrestato sei giorni fa assieme ad altri tre medici, al direttore sanitario del Cto-Pini, Paola Navone, e all’imprenditore Tommaso Brenicci nell’inchiesta milanese su presunte tangenti nella sanità. Romanò oggi è stato sentito (ultimo dei sei arrestati) dal gip Teresa De Pascale e, come si è limitato a dire il suo legale, l’avvocato Carlo Baccaredda Boy, “ha chiarito la sua posizione, ha risposto a tutte le domande e ha fornito la sua versione dei fatti, punto su punto”.

Due giorni fa è stato interrogato l’altro primario del Galeazzi finito ai domiciliari, Lorenzo Drago, il quale ha spiegato al gip che “non c’è stato alcun conflitto di interesse”, ma anzi una convergenza tra i loro interessi (lui e Romanò sono detentori del brevetto di una tecnologia per individuare le infezioni ossee) “e quello dei pazienti e del sistema sanitario nazionale”, a cui hanno consentito “di risparmiare con una tecnologia all’avanguardia”. Il dispositivo medico inventato dai due primari veniva commercializzato nell’ospedale Galeazzi da una società di cui entrambi gli arrestati detenevano delle quote e riconducibile all’imprenditore Brenicci.

Anche i due primari del Pini (ora sospesi come quelli del Galeazzi) si erano difesi davanti al gip sostenendo che non c’è stato alcun “conflitto di interessi” tra il loro ruolo di medici e quei compensi ricevuti dall’imprenditore, anche attraverso la partecipazione alle sue società, e che la scelta di quei dispositivi medici era “nell’interesse dei pazienti”. Nessuno dei sei arrestati, allo stato, ha chiesto al gip la revoca della misura cautelare.

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