Suonarono alla porta travestiti da postini, entrarono nella sua casa a Forlì e lo uccisero in ginocchio con tre colpi alla nuca. Trent’anni fa moriva per mano delle Brigate rosse il senatore Roberto Ruffilli. Uomo della Dc e responsabile per il partito delle riforme istituzionali, venne definito dagli stessi terroristi il “cervello politico del progetto demitiano“. Per questo, per le Br era un obiettivo da eliminare. Lunedì prossimo, a trent’anni da quel pomeriggio del 16 aprile 1988, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarà a Forlì per ricordarlo.

L’omicidio di Ruffilli avvenne pochi giorni dopo la formazione del nuovo governo De Mita: l’allora presidente del Consiglio e segretario della Dc lo aveva infatti incaricato di disegnare una riforma dello Stato. Entrato nel mirino delle Br, fu freddato nella sua casa in corso Diaz 116 dai brigatisti Franco Grilli e Stefano Minguzzi. L’assassinio fu rivendicato mezz’ora dopo con una telefonata alla redazione bolognese di Repubblica. Per la cattura dei responsabili fu determinante la collaborazione della città romagnola: come raccontano i giornali dell’epoca, un’ora dopo la scoperta dell’assassinio centinaia di forlivesi si presentarono volontariamente in Questura per riferire ciò che avevano visto. Al banco degli imputati finirono in dodici, di cui nove condannati all’ergastolo dalla Corte d’assise di Forlì nel 1990 e tre assolti. Nel novembre dell’anno successivo la Cassazione rese definitive le condanne a Fabio Ravalli, Maria Cappello e Antonio De Luca, considerati i mandanti dell’omicidio e a capo della fazione delle Br del Partito comunista combattente; agli autori materiali Grilli e Minguzzi e alla rete brigatista di Roma che organizzò l’assassinio (composta da Tiziana Cherubini, Franco Galloni, Rossella Lupo e Vincenza Vaccaro).

Roberto Ruffilli nacque a Forlì il 18 febbraio 1937. Fondatore del movimento cattolico “Lega democratica” con Pietro Scoppola e Achille Ardigò, si avvicinò alla Dc attraverso le assemblee aperte anche ai cosiddetti “esterni” al partito e fu eletto per la prima volta nel collegio di Roma il 26 giugno 1983. Membro della Commissione di indagine sulla P2, fu identificato dai brigatisti come una delle menti del progetto politico di De Mita. Nel volantino fatto ritrovare dalle Br nella Capitale per rivendicarne l’uccisione, Ruffilli veniva infatti definito “l’uomo di punta che ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali”.

Un’attitudine a “ricucire” criticata dai terroristi ma spesso elogiata da Romano Prodi, suo compagno nel collegio Augustinianum della Cattolica di Milano. Secondo l’ex premier, Ruffilli era “un pacificatore, un conciliatore. Anche oggi avremmo bisogno del suo contributo e del suo pensiero, sempre fedeli al rispetto dello Stato, delle Istituzioni e della Costituzione. Non era enormemente diverso da Massimo D’Antona o da Marco Biagi. Erano tutti e tre uomini di saldatura, mai di rottura”.