La notizia che Maria Elisabetta Alberti Casellati, neoeletta presidente del Senato, si sia rifiutata di essere chiamata “presidentessa” prendendo così le distanze da Laura Boldrini, ex presidente della Camera, è una panzana, una fake news: Laura Boldrini non ha mai voluto essere chiamata “presidentessa” bensì “la presidente”.

Se diamo un’occhiata alle testate che hanno distorto la realtà dei fatti pur di dileggiare Boldrini e l’importanza dell’uso del femminile nella lingua, leggiamo che Diario del web ha parlato di “discontinuità con l’ex presidente Boldrini”; il Mattino di Padova parla di “cambio di passo”, Blitz quotidiano invece “archiviata l’era Boldrini”.

Il Corriere della Sera invece ha twittato “Chiamatemi Presidente non Presidentessa, che ne pensate?”, rilanciando una non notizia e facendo anche un torto alla grammatica che non è cosa opinabile ma è soggetta a delle regole.

Tutti quei titoli fasulli confermano l’ossessione per Laura Boldrini e fanno sorgere il sospetto che sulle tastiere si abbattano complessi nevrotici con manifestazioni di ansia anti-Boldrini: Libero sfiora il delirio ma centra in pieno il ridicolo sostenendo che Casellati avrebbe addirittura “polverizzato” Boldrini; il Secolo d’Italia titola che Casellati avrebbbe “preso a schiaffi” Boldrini.

Il problema sarebbe risolvibile, lettino della psicanalista a parte (si consiglia una brava), sfogliando il manuale Donne, grammatica e media di Cecilia Robustelli, docente di linguistica all’Università di Modena e consulente dell’Accademia della Crusca, promosso dalla rete GiULiA. Qualche giorno fa, a Rimini, Stefania Cavagnoli professoressa associata di Linguistica e Glottologia all’Università di Tor Vergata, Roma 2,  ha tenuto un’interessante lezione per l’ordine dei giornalisti. Il suffisso -essa nei nomi femminili ha generalmente una accezione spregiativa tranne che in studentessa, professoressa, dottoressa perché sono forme in uso da molto tempo. Da decenni le donne si laureano, non sono morti figli primogeniti, il mare non si è tinto di rosso, non c’è stata invasione di cavallette e vivendo nella regolare rotazione terrestre senza apocalisse le donne oggi insegnano e studiano e adoperiamo il suffisso -essa liberato dal senso di svalorizzazione.

La declinazione femminile di presidente si ottiene semplicemente aggiungendo l’articolo “la” se è donna e “il” se è uomo. Se la dirigente scolastica è una donna non la si chiama forse “la” preside? Questione di potere ci cova. Si accetta senza problemi la forma femminile per quelle professioni o incarichi tradizionalmente svolti da donne: lavori di cura o subalterni ma è da rilevare che si declinano al maschile senza alcun problema le professioni tradizionalmente svolte da donne. Per esempio “ostetrico” che in questo articolo del Corriere della Sera viene adoperato senza dubbi: “Riccardo, l’ostetrico che a 25 anni ha fatto nascere più di cento bambini“.

Evidentemente gli uomini possono andare dappertutto e rompere tradizioni e a nessun giornalista viene in mente di domandare a Riccardo: “Come vuole essere chiamato, ostetrica, ostetrica uomo oppure ostetrico?”.

Il dente duole per i ruoli legati a prestigio o potere. In 70 anni di Repubblica, Boldrini è stata solo la terza presidente della Camera e Casellati la prima presidente del Senato. Questa è una delle ragioni che scatenano il rovello: “E mo’ come dobbiamo appellare codesta femmina che si siede sullo scranno dove per decenni si sono assise solo le nobili chiappe maschili?”, ma soprattutto “mo’ che fine faranno le nobili chiappe maschili?”.

Nella prefazione al testo di Cavagnoli (Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile) scritta da Guido Alpa, presidente del Consiglio Nazionale Forense, si legge: “All’inizio del secolo per non ammettere una donna all’esercizio della professione forense si trova proprio l’argomento letterale: il legislatore non parla di avvocate ma solo di avvocati o dell’avvocato per stabilire i requisiti di iscrizione all’albo”. “Avvocato”, è evidente, non è un neutro ma maschile eppure la declinazione femminile “avvocata” viene ancora oggi osteggiata con la solita scusa della cacofonia anche se non abbiamo problemi a utilizzare parole come “googlare”, “hackerare”, “taggare” che sono calchi rozzi dell’inglese.

Nel 2018 prendono corpo resistenze impreviste per la forma al femminile nella lingua perché le donne stanno arrivando dappertutto e si modificano i rapporti di potere con gli uomini. E’ questo mutamento che mal risuona nelle gabbie che hanno dato forma alle disparità tra uomini e donne apprese fin dall’infanzia.

@nadiesdaa