La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’indagine su Nicolò Zanon. Il giudice costituzione è accusato di peculato d’uso per l’utilizzo dell’auto blu. Per due anni (dal novembre 2014 al marzo 2016) e per due settimane al mese, è l’ipotesi dell’accusa, lasciava l’auto di sevizio con autista e relativi buoni benzina a completa disposizione della moglie che ne faceva un uso privato con trasferte alla casa di Forte dei Marmi, a Siena, accompagnamenti in stazione o all’aeroporto.

La decisione dei pm di chiedere l’archiviazione dell’indagine a carico di Zanon è legata anche all’approvazione, il 21 marzo scorso, di un regolamento della Consulta, che ha valenza di normazione primaria, che definisce “personale ed esclusivo” l’utilizzo dell’auto per i giudici della Corte Costituzionale. In pratica la Consulta ha blindato la situazione giudiziaria di un suo componente, già parzialmente salvato nelle scorse settimane. Dopo la diffusione della notizia dell’indagine a suo carico, infatti, Zanon si era dimesso dalla Corte Costituzionale. I suoi colleghi, però, avevano respinto quelle dimissioni, accogliendo la linea di difesa secondo cui il regolamento interno della Corte sulle auto di servizio, datato 1979, non pone limiti alla discrezionalità del bene in “uso esclusivo”, quindi non ci sarebbe alcun illecito possibile, sotto il profilo dello scopo dei viaggi e dell’identità del trasportato. Così i giudici costituzionali hanno accolto la richiesta di autosospensione di Zanon che potrà durare fino a sei mesi. Secondo il Corriere della Sera, infatti, Zanon non sarebbe l’unico giudice ad utilizzare in quel modo l’auto di servizio. Altri suoi colleghi consentirebbero ai familiari di usare la macchina come fosse di proprietà. E forse proprio per questo motivo hanno difeso il loro collega. E adesso quel nuovo regolamento incide direttamente sulle indagini della procura di Roma, che ha dovuto inviare la richiesta d’archiviazione al gip per la decisione.

Sposato con Marilisa D’Amico, docente di diritto costituzionale, ex consigliere comunale del Pd a Milano e presidente nel capoluogo lombardo dei comitati per il Si al referendum promosso da Matteo Renzi, Zanon fu eletto alla Csm nel 2010 su indicazione del centrodestra. Sempre al centrodestra e in particolare a Silvio Berlusconi è legato un altro precedente noto nella carriera del giudice costituzionale. Era il 2011 quando il Corriere della Sera scoprì che l’allora componente laico del Csm aveva ricevuto 25mila euro dal leader di Forza Italia. In piena bufera post-bunga bunga, uscirono fuori gli estratti conto dell’allora Cavaliere a olgettine e simili e tra le somme in uscita spuntarono anche i quasi 25mila euro devoluti al costituzionalista.“Interpellato dal Corriere – scrivevano Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella – il professor Zanon spiega che con quei soldi Berlusconi gli ha retribuito un parere pro-veritate regolarmente fatturato, chiestogli da uno dei legali del Cavaliere sull’eventualità che le dichiarazioni del premier a Santa Margherita, per le quali Berlusconi era stato denunciato dal gruppo l’Espresso di Carlo De Benedetti, potessero essere coperte dall’insindacabilità delle opinioni espresse nell’esercizio del mandato del parlamentare-Berlusconi”.