Di nuovo Michele Senese. A 5 anni dal suo arresto, la Dda di Roma continua ad imbattersi nei tentacoli apposti sulla Capitale da uno dei “re di Roma”, forse il più pericoloso fra i criminali affacciatisi all’ombra del Cupolone. Questa volta a cadere sotto i colpi del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma è stato il fortino casalese di San Basilio, una delle piazze di spaccio più celebri e romanzate della Capitale, teatro recentemente di aggressioni ai giornalisti che provavano a raccontare l’esistenza di una mafia che non poteva essere solo quella del lido di Ostia. Anzi. Secondo la ricostruzione della procura di Roma fu proprio “O’ Pazzo”, oggi 61enne, a benedire negli anni ‘90 l’ingresso sul mercato della cocaina di Sasà e Genny Espositotra le 19 persone arrestate nell’operazione dei Carabinieri – in seguito a un accordo con il padre dei due fratelli, Luigi, durante un incontro avvenuto in una casa di cura della Capitale.

Ma i fratelli Esposito non erano solo portatori di un “metodo innovativo” del narcotraffico in città sul “modello Scampia”, come sottolineato dal procuratore aggiunto della Dda di Roma, Michele Prestipino. I due risultano legati anche al clan dei Casalesi. Lo spiegava agli inquirenti già nel 2009 il pentito Enzo Buono, che aveva raccontato dei “rapporti criminali” con la famiglia di Pasquale Noviello e addirittura con Maria Rosaria Schiavone, congiunta di Francesco “Sandokan” Schiavone. Sempre secondo il pentito Buono, il tramite fra Noviello e Sasà Esposito era Francesco Ciotola, che andava a prendere la cocaina direttamente a Secondigliano. Non solo. Secondo le informazioni in possesso degli inquirenti, Sasà sarebbe stato coinvolto anche nella progettazione dell’omicidio di Antonio Pizzuti maturato nell’alveo della stessa consorteria criminale riconducibile a Senese. Il “metodo” era quello di imporre ai pusher l’esclusivo approvvigionamento della droga dall’organizzazione e chi non eseguiva veniva punito. In particolare, nell’aprile 2015 a San Basilio, alla periferia della Capitale, tre spacciatori vennero gambizzati perché si erano riforniti da estranei.

È interessante constatare come la vicenda della piazza di spaccio di San Basilio vada a lambire anche la figura di Massimo Carminati. L’ex estremista di destra, condannato in primo grado nel processo sul Mondo di Mezzo, non è coinvolto nell’inchiesta né viene mai nominato dagli inquirenti. Un ruolo di peso, però, lo ricopre Arben Zogu detto “Riccardino”, ritenuto vicino proprio a Carminati, oltre ad essere molto noto fra gli ultras della Lazio. Gli inquirenti considerano Zogu coinvolto nel mercato internazionale della cocaina, traffici a cui partecipa anche Esposito che si reca spesso con lui in Spagna e in Olanda per acquistare la polvere bianca. Un legame che collega il “gruppo degli albanesi” ai napoletani, continuato anche in seguito al primo arresto di Riccardino, nel 2014, quando fu proprio Esposito a mettergli a disposizione un avvocato di sua fiducia.

Ma questa non è solo una storia di periferia. Secondo gli inquirenti, infatti, i fratelli Esposito avevano proiettato la loro influenza anche sulla cosiddetta “Roma bene”. E in particolare ai Parioli, dove vivevano in appartamenti di lusso, giravano in Lamborghini e gravitavano nella zona di Ponte Milvio, quartiere di movida e di “spaccio facile” attraverso il braccio armato degli albanesi. Emblematiche le parole del comandante provinciale dei carabinieri di Roma, il generale Antonio De Vita: “Questa indagine conferma, ancora una volta, come la droga sia il vero motore di criminalità e mafie”.