La Giornata mondiale dell’acqua mette in calendario il bene più prezioso dell’umanità, la sostanza che consente la vita sulla Terra e non su altri pianeti.

Dopo che il summit di Rio de Janeiro stabilì l’Agenda 21 delle Nazioni Unite, questo giorno è ormai da cinque lustri il 22 marzo.

Nel tempo abbiamo assistito al moltiplicarsi delle iniziative sull’acqua e quest’anno io stesso parteciperò a un particolare evento presso il Labirinto d’Acque della Masone, vicino a Parma. Qui il discorso sull’acqua s’intersecherà con i numeri e i labirinti, un archetipo del sapere quantitativo e qualitativo assieme che sarebbe piaciuto a Jorge Luis Borges quando scrisse: «Guardare il fiume che è di tempo e acqua/e ricordare che anche il tempo è un altro fiume,/saper che ci perdiamo come il fiume/e che passano i volti come l’acqua».

Fin dalla sua apertura, il Labirinto di Franco Maria Ricci ha posto il proprio focus sui problemi ambientali e con questo evento invita la gente a “pensare l’acqua” e a riflettere sul nostro secolo, protagonista di un grande cambiamento climatico. Oltreché “pensare l’acqua”, tuttavia, la manifestazione invita a “fantasticare sull’acqua”, sul suo intero ciclo, sui suoi stadi e sulle sue metamorfosi: una corrente fluida di suggestioni musicali, artistiche e culturali lungo le architetture e gli spazi del labirinto di bambù più grande del mondo.

Accanto al suo afflato vitale, immaginifico e accomodante, tuttavia, l’elemento acquatico possiede anche un’anima oscura e selvaggia. Come recitato dalla 58esima stanza del Tao-Te-Ching, infatti, non va dimenticato che «nel mondo nulla è più tenero e cedevole dell’acqua, però nulla è più efficace dell’acqua per demolire ciò che è duro e solido». E proprio delle sue sfumature meno piacevoli parlerò oggi, indagando i fenomeni alluvionali.

Senza dubbio, le alluvioni sono il disastro naturale più costoso, contando su scala mondiale un dispendio di 306 miliardi di dollari per danni causati nel solo 2017. Analizzando il territorio italiano, una costante della nostra storia nazionale – partendo dalla peggiore alluvione romana del secondo millennio, nel dicembre del 1870, per finire ai più recenti disastri – è rintracciabile nell’evidenza per cui, nella maggior parte dei casi, simili emergenze siano dovute alla tombatura dei rivi.

Secondo Borges «tutto ciò che riguarda l’acqua è poetico e non smette mai d’inquietarci» perché «i fiumi che si perdono nel mare rievocano la grande metafora di Manrique». E per Jorge Manrique, il massimo poeta medioevale in lingua castigliana, «le nostre vite sono i fiumi che vanno a gettarsi nel mare, che è il morire».

Con questo stato d’animo si sono certo mossi gli ingegneri che, nei secoli scorsi, hanno tombato ovunque i rivi cittadini. La ragione principale era igienica e, talvolta, urbanistica. I corsi d’acqua erano diventati fogne a cielo aperto, infastidivano i gestori del traffico, ostacolavano la rendita fondiaria e punivano l’estro degli architetti. Così furono tombati il Fleet River a Londra (1812), il Neglinka a Mosca (1817), il Minetta Creek a New York (1820) e la Bièvre a Parigi (1912) subito dopo la terribile alluvione del 1910, la seconda più imponente della sua storia, dopo quella del 1658. E la stessa sorte toccò una moltitudine di rivi e torrenti, canali e rogge: nel nostro paese sono stati coperti circa dodicimila chilometri di corsi d’acqua.

Oggi, la depurazione dei reflui ha fatto svanire l’esigenza igienica e, per contro, l’agenzia per la Protezione ambientale degli Stati Uniti ha dimostrato come la presenza di nitrati, particolarmente malsani, si esalti nei deflussi sepolti. I rivi coperti sono quindi insalubri, senza dimenticare che altri fattori che ne ratificano la pericolosità: le carenze idrauliche di progetti obsoleti, i nubifragi sempre più frequenti, la subsidenza, la crescita del livello marino.

La stombatura è diventata dunque una vera priorità e anche gli urbanisti e gli architetti hanno riscoperto il valore paesaggistico, funzionale ed emozionale dell’acqua. In tutto il mondo, si sta perciò lavorando a progetti siffatti, dagli Stati Uniti alla Cina, dal Regno Unito alla Corea del Sud. Gli italiani sono ancora timidi, ma qualcosa si sta pure facendo. Per esempio, a Torino con la stombatura della Dora Riparia; e con il progetto di riapertura dei Navigli a Milano.