Conosco Giuseppe Anastasi sin dai tempi dell’università, quando il quartiere San Lorenzo in Roma era il centro del nostro mondo, la Gentrification era un fenomeno ancora di là da venire ed entrambi non avevamo la più pallida idea di quale direzione avrebbero intrapreso le nostre vite.

Lui, contraddistinto da una forte passione per la chitarra e per la scrittura di testi originali, per noi amici che lo frequentavamo all’epoca era “Peppuzzo con la chitarra”. Del resto, racconta Giuseppe, “sono cresciuto con una chitarra in mano e sempre con l’ansia di far ascoltare le canzoni che scrivevo. È un’indole che ho sempre avuto e che fortunatamente mi ha portato anche qualche risultato”.

Già, perché oggi Giuseppe oltreché insegnante al Cet, il Centro Universitario della Musica Popolare fondato da Mogol nel 1992, è noto in ambiente musicale per la sua attività di autore. Sono suoi, infatti, brani come Sincerità e La notte, grazie ai quali la cantante Arisa si è aggiudicata un paio di Festival di Sanremo. Ora, però, è lui stesso a presentare al pubblico i brani contenuti nel suo primo disco intitolato Canzoni ravvicinate del veccho tipo, un album molto acustico, con parecchie chitarre e pochissima elettronica, composto da undici brani. Canzoni semplici non arzigogolate, e poetiche, che raccontano pezzi di vita suoi e delle persone che lo circondano. E non poteva mancare un brano scritto in dialetto siciliano intitolato Trinacria in cui ha messo in versi il suo attaccamento alla terra d’origine.

Giuseppe, come sono nate le canzoni e da cosa sono state ispirate?
Il disco nasce da una esigenza comunicativa diversa rispetto alle mie canzoni che il grande pubblico conosce. Volevo comunicare dei concetti diversi e in maniera diversa. Una grossa spinta me l’ha data poi la paternità, perché la nascita di un figlio cambia la visione della vita: prima guardavo al futuro in una maniera, mentre oggi sono più preoccupato perché oltre al mio, di futuro, c’è soprattutto il suo.

Perché “canzoni del vecchio tipo”?
Sono tutte suonate in acustico, c’è poca elettronica, basso, chitarra e batteria. E una logorrea di testi non indifferente.

Di solito scrivi canzoni per altri, ora invece ci metti la faccia. Come ci si sente nel doppio ruolo?
Quando scrivi per altre persone sei meno responsabile: lo sei per il testo, ovviamente,  ma molto dipende dalla bravura dell’interprete. Fortunatamente ho trovato sempre cantanti molto validi come Arisa e Michele Bravi. Quando invece ci metti la tua faccia è diverso, perché oltre a dire le cose che pensi ti fai vedere, ci metti la tua espressività, la tua voce. Però non mi fa paura tutto questo, lo affronto con molta tranquillità e nei live mi sento molto a mio agio.

Hai provato un po’ di invidia quando con una tua canzone erano altri a trionfare?
No, perché poi, quando si vince, si vince tutti. Ovviamente le canzoni sono di chi le canta: per il pubblico Sincerità e La Notte sono di Arisa. Vincere però è stata una gioia immensa, che ha ripagato del tanto lavoro, dei tanti sacrifici  e della tanta gavetta fatta.

Oggi lavori a stretto contatto con Mogol: ti è mai balenata per la testa l’idea di diventare il nuovo Lucio Battisti con una spalla come lui?
No, perché Lucio era una persona geniale mentre io non lo sono. Sarebbe troppo pretenzioso pensarlo, io spero di essere il nuovo Giuseppe Anastasi in questa veste di cantautore. E se riuscissi a fare un quarto della metà di quello che ha fatto Lucio Battisti sarei molto felice.

Qual è il più grande insegnamento ricevuto da Mogol e che a tua volta dai ai tuoi allievi?
Che quello che si scrive bisogna prenderlo dalla vita, perché questa ti dà tantissimo materiale. Non solo la propria ma anche quella degli altri. E prestare attenzione a quello che dicono le persone, perché oltre a farle sentire gratificate  possono regalare molti spunti di riflessione. Ad esempio Ricominciare, uno dei brani contenuti nel disco, è stato ispirato dal dramma vissuto da un amico. Questo significa prendere dalla vita. Perché quando racconti una storia in una canzone, sai che qualcuno ha già vissuto quel momento e ascoltandola gli ricorderà per sempre un momento vissuto. Alla fine le canzoni sono come degli album, non fotografici, ma uditivi. Non li vedi, ma li senti.