1. Hai mai pensato al suicidio per il terrore di perdere il lavoro?
a) sì, una volta
b) sì, più di una volta
c) Esagerato!

2. Hai mai visto un tuo collega uccidersi per il terrore di perdere il posto di lavoro?
a) sì, più di una volta
b) sì, una volta
c) Ma che razza di test è??

Bisognerebbe rispondere in maggioranza “a” a domande come queste per comprendere lo stato d’animo dei 316 operai della Fiat di Pomigliano che 10 anni fa vennero trasferiti a Nola a far niente, in quello che loro chiamano “reparto-confino”. Lavoravano per 4 o 5 giorni al mese in cassa integrazione a zero ore e con uno stipendio che non superava i mille euro. Appesi alla promessa che il reparto stesse per entrare in produzione. “Ci selezionavano in base a un criterio. Quelli con ridotte capacità lavorative e quelli come me”, mi dice Mimmo Mignano, uno dei cinque operai oggi pagati da Fca per stare a casa, dopo che una sentenza ha condannato al reintegro l’azienda che li aveva licenziati in tronco per la loro macabra satira su Marchionne.

Avevano inscenato il suo suicidio, scritto il suo testamento in cui chiedeva scusa.

“È vero, la nostra satira è macabra. Sai perché? Perché la nostra vita è macabra. Facciamo pensieri cupi ogni giorno e abbiamo gli incubi ogni notte, perché molti noi sono finiti a dormire in macchina e si sono puzzati di freddo, perché abbiamo visto i nostri colleghi appesi a un lampadario con una corda al collo e li abbiamo pianti dopo che si erano tirati tre coltellate al petto come ha fatto Maria Barbato nel 2014, lasciando una lettera in cui spiegava che lo faceva per la cassa integrazione a zero ore”.

Sono passati gli anni e il reparto di Nola non è mai entrato in produzione. “Ora promettono che a settembre, forse”. In primavera promettono sempre che dopo l’estate, forse, ma intanto niente, e i 316 sono rimasti in 270. Qualcuno è andato in pensione, qualcuno all’altro mondo, qualcuno di proposito, qualcuno ci ha provato: “Oltre ai tre suicidi ci sono stati due tentati suicidi”. Mimmo e gli altri hanno continuato a fare loro satira macabra per denunciare le condizioni di lavoro degli operai: vestiti da fantasmi per dire che gli operai sono invisibili, con il fotomontaggio Renzi in una bara per denunciare le morti sul lavoro “Dovute – scrivono – alla crescente percarietà e ricattabilità dei lavoratori e all’assenza di conrolli”. Immagini raccapriccianti e di cattivo gusto, come la vita che sono costretti a vivere. “È il solo modo che abbiamo per ottenere l’attenzione dei media sulla nostra protesta: quando scioperiamo ci ignora pure l’azienda, le facciamo solo un favore a scioperare in un reparto dove non si lavora. Che altro possiamo fare?”.

Domani è atteso il pronunciamento della Cassazione. La corte deve decidere se confermare la sentenza d’Appello che ha riconosciuto ben quattro diritti dei cinque operai, e nostri.

Il primo, quello di critica. “Della libertà di valutazione e critica dell’altrui operato (anche del datore di lavoro)”, come scrivono i giudici, mettendo ripetutamente tra parentesi il datore di lavoro per ricordargli che può essere criticato anche lui: “Il monito rivolto ai successori dell’attuale amministratore delegato dottor Sergio Marchionne, di non pensare solo al profitto ma anche al benessere dei lavoratori rappresenta a parere della corte una legittima manifestazione del diritto di critica”, è scritto nella sentenza.

Il secondo, il diritto all’attività sindacale. “Che è un diritto individuale del lavoratore, non del sindacato”. Il terzo, il diritto al lavoro, che prevale sul diritto al profitto da parte dell’azienda: “La circostanza che esistesse un nesso tra la morte di tre dei loro colleghi e le strategie aziendali della Fiat non può dirsi fondata solo su una loro personale convinzione, né inventata di sana pianta, dal momento che uno dei dipendenti morto suicida aveva lasciato uno scritto nel quale attribuiva tale tragica scelta alla propria condizione lavorativa. Aggiungasi che la collega dei reclamanti, suicidatasi a maggio 2014, Maria Baratto, molto impegnata sindacalmente, aveva alcuni anni prima pubblicato uno scritto intitolato “Suicidi in Fiat” che iniziava così: “Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti”.

Il quarto diritto mi sta molto a cuore, senza nulla togliere agli altri tre. È il diritto di satira: “La rappresentazione scenica realizzata, per quanto macabra, forte aspra e sarcastica, non ha travalicato i limiti di continenza del diritto di svolgere valutazioni critiche dell’operato altrui (quindi anche del datore di lavoro)”, dice la sentenza.

C’è un precedente, la sentenza n. 10656 del 24 aprile 2008 sezione III^ della Cassazione civile, che sancisce che la satira costituisce “una modalità corrosiva e spesso impietosa del diritto di critica”. La satira, hanno attestato i giudici, è “quella manifestazione del pensiero, talora di altissimo livello, che nei tempi si è addossata il compito di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene”.

Al contrario della cronaca, la satira non è dunque tenuta alla verità ma alla continenza e alla pertinenza. Significa che la satira non è una fotocopia della realtà ma una sua esagerazione, una sua deformazione, anche macabra, grottesca, disturbante, orripilante, finalizzata a uno scopo di denuncia sociale o politica. Possono dunque essere utilizzate anche immagini offensive e lesive della reputazione altrui purché “strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato dall’opinione o comportamento preso di mira e non si risolvano in un’aggressione gratuita e distruttiva dell’onore e della reputazione del soggetto interessato”.

Il manichino di Marchionne appeso a un cappio mi ha turbato. Quello era il suo scopo. Si è turbato anche Marchionne, e Renzi che si è visto adagiato in una bara. È un’immagine orribile. Ma io, dell’orrore non so niente. Noi che non abbiamo mai visto un nostro collega pendere dal lampadario, dell’orrore non sappiamo niente. I manichini, i fantasmi, i fotomontaggi: tutto quello che ci aiuta a comprendere quell’orrore, che ci obbliga a provare fastidio e raccapriccio, è un patrimonio da tutelare perché è il solo che ci permette di empatizzare con la condizione di chi patisce, di comprenderla meglio che leggendo un articolo.

La giurisprudenza accomuna la satira al diritto di critica e a quello di espressione artistica. I memoriali dell’Olocausto sono stanze buie e fredde, labirinti claustrofobici che servono a farci provare in scala molto ridotta l’orrore patito dalle vittime. Per quello sono terrificanti, per quello sono bellissimi.

Ringrazio Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore e spero che domani i giudici della Cassazione provino il mio stesso raccapriccio, la mia stessa gratitudine. Penso che senza la consapevolezza da parte dei più fortunati “dell’esistenza macabra” alla quale sono condannati molti lavoratori sia impossibile battersi per ottenere condizioni di lavoro che assicurino a tutti “un’esistenza libera e dignitosa”. La più bella promessa della Costituzione, che non a caso e a differenza delle leggi che hanno precariato il lavoro è stata scritta da chi un’esistenza macabra l’aveva vissuta e usciva da un incubo.