Per il Pd la politica sanitaria è stata del tutta subalterna alle politiche economiche. Il diritto alla salute uguale per tutti sarebbe per il Pil un costo insostenibile. Un presupposto inaccettabile per tante ragioni morali e sociali ma soprattutto perché prima di tutto è falso. A certe condizioni le ragioni dell’etica e quelle dell’economia in sanità possono coesistere ma a condizione di avere un programma per riformare quello che per una ragione o per l’altra costa troppo anche se potrebbe costare di meno ed è destinato comunque a costare sempre di più. La sanità è in fiera delle diseconomie.

Il Pd questo programma non l’ha mai avuto: il suo è in realtà una lista di interventi amministrativi a sistema invariante. Del resto esso non ha mai avuto interesse ad averlo. Alla tutela dei diritti universali delle persone ha preferito, per allargare la sua area di consenso, la tutela dei grandi interessi privati soprattutto di tipo assicurativo per i quali ha messo a disposizione a scapito del pubblico, un regime fiscale molto vantaggioso.

Il risultato di questo combinato disposto è stato il massacro della sanità pubblica e la sua crescente privatizzazione.

Io credo che una parte del tracollo elettorale del Pd sia spiegabile proprio con un forte dissenso da parte dei cittadini e degli operatori sanitari nei confronti delle sue politiche sanitarie come dimostra anche la figuraccia politica della Lorenzin.

Il Pd non immagina quanti voti ha perso dalla sanità e non immagina quanti voti nella sanità sono andati dal Pd al Movimento 5 stelle. Il dissenso sociale nei suoi confronti silenziosamente si è accumulato dietro ai disagi delle persone che aspettavano ore ai pronto soccorsi, che non avevano i farmaci di cui abbisognavano, che non venivano curati come si deve perché mancava il personale o i letti per essere ricoverati, che vedevano sparire i servizi che avevano nel loro territorio parcheggiati in lunghe liste di attesa o costretti a migrare in altre regioni per farsi curare ecc.

In più il Pd ha perso consenso nelle grandi professioni del sistema quelle più numerose in particolare medici e infermieri. Quasi un milione di persone. Quelle poche leggi fatte sono state tutte rigorosamente a costo zero, quindi finte, sono riuscite a scontentare tutti a mettere l’uno contro l’altro (comma 566) a contrapporre con i vaccini blocchi sociali contro altri blocchi sociali, ad incancrenire problemi annosi come la responsabilità professionale, a ingannarci tutti con dei Lea mai completamente finanziati. La legge sul biotestamento è l’unica eccezione ma anch’essa a costo zero.

Dopo il voto, il paese, come se non lo sapessimo, si è mostrato spaccato in due, una spaccatura del tutto sovrapponibile a quella sanitaria. Il Pd per favorire la sanità del nord ha sotto finanziato la sanità del sud, riducendola al minimo. Ha imposto ad alcune regioni del sud, pur con indici di morbilità gravissimi, condizioni finanziarie capestro. Se il primario oncologo del Pascale di Napoli per il suo cancro alla prostata ha deciso, di farsi operare a Milano una ragione ci sarà.

Il Pd nell’ultimo decennio è il partito che ha bistrattato il diritto alla salute più di qualsiasi altra forza politica. Mi sono quindi persuaso che è vano illudersi di poterlo convincere a cambiare politiche e che per cambiare le politiche bisogna cambiare il Pd. Oggi il Pd suo malgrado è cambiato perché sta sotto il 20% e grazie a questo crollo abbiamo paradossalmente la possibilità di cambiare il governo e quindi le politiche. Ma c’è un rischio: se il futuro governo non si doterà di un programma riformatore in grado di eliminare tutti i costi e le diseconomie che alla fine favoriscono la contrapposizione tra spesa sanitaria e Pil, esso si troverà nelle peste esattamente come il Pd. E per noi saranno guai.

La spesa sanitaria ha come si sa una natura incrementale di suo e quella che erediterà il prossimo governo sarà a piè di lista più alta probabilmente del finanziamento programmato per il 2018/2019 a causa delle tante mance elettorali che sono girate.

A questo si aggiungano gli impegni presi nei programmi elettorali di togliere il Superticket, di rifinanziare il Fsn, di assumere nuovo personale. Certo, qualcosa si può recuperare nel breve periodo, spigolando qua e là, giusto per partire, ma non c’è dubbio che la spesa sanitaria rischia già nel breve periodo con la sua crescita strutturale di entrare in competizione con altri generi di spesa soprattutto quella fiscale, se pensiamo all’abbassamento delle tasse, quella sociale, se pensiamo al reddito di cittadinanza e alle pensioni, ecc.

In questi anni in sanità abbiamo avuto tanto di meno per cui dal nuovo governo tutti me compreso vorremmo tanto di più. Ma a quali condizioni? Basta assegnare, stanziare, imputare dei capitoli di spesa? Se così fosse basterebbe trovare i soldi e fare una legge di bilancio ma se così non fosse la legge di bilancio non basterebbe e i soldi bisognerebbe trovarli in un altro modo.

La sanità per restare pubblica e avere di più oggi deve costare di meno perché può costare di meno dovrebbe costare di meno e per costare di meno deve essere ripensata profondamente. Si tratta di riorganizzare i servizi, ripensare la governance, riequilibrare il mercato del lavoro, ripensare il lavoro, abbassare il numero delle malattie, co-responsabilizzare il cittadino, investire in innovazione tecnologica, ecc ecc. C’è solo un problema servirebbe una “quarta riforma” ma essa non si trova nei supermercati.