Volevo scrivere un post sull’8 marzo, evitando retorica e i discorsi di chi segue da più tempo di me il complesso dibattito sull’emancipazione femminile. E allora ho pensato di riassumere ciò che penso raccontando una storia, quella di una giornalista coraggiosa e umile, poco conosciuta al pubblico internazionale. Il racconto di una donna cipriota che da circa 30 anni lavora in un contesto ostile tanto per il fatto di essere giornalista quanto per quello di essere donna.

Si chiama Sevgul Uludag è una cittadina turco-cipriota e da anni è la voce di Cipro per le famiglie dei “desaparecidos“, le migliaia di persone scomparse dopo il ’74 e spesso ritrovate -tragicamente – nelle fosse comuni scavate per nascondere le vittime della stagione dell’odio. Ho scoperto del suo lavoro per caso, imbattendomi nel blog durante alcune ricerche sulla questione delle persone scomparse nel conflitto del ’63-’74. Il suo blog documenta dal 2002 le ricerche, gli scavi, il riconoscimento, i funerali. Lei non ha avuto familiari scomparsi eppure ciò che la spinge da 16 anni a dare la caccia a quei fantasmi del passato, che in molti vorrebbero dimenticare, è la convinzione che l’unico modo per contribuire alla riunificazione dell’isola è proprio quello di chiudere quel capitolo drammatico della storia.

Sevgul ha due numeri sempre attivi, uno turco e l’altro greco-cipriota, dove continua instancabilmente a lanciare appelli a chi avesse  informazioni utili a ritrovare le fosse comuni dimenticate, soprattutto da chi ormai anziano vuole liberarsi di quel fardello che porta in giro da una vita. Sul quotidiano turco-cipriota Yeniduzen, per il quale lavora, Sevgul ha restituito dignità ai resti umani ritrovati, prestando la sua penna per ridare loro un volto, una storia e l’anima, raccontando quelle storie dimenticate e ricostruite insieme ai familiari.

L’ho incontrata a Nicosia qualche anno fa, durante una delle riunioni che tiene regolarmente con i familiari delle persone scomparse. Perché un sito web senza neanche il dominio e nessuno “sponsor” che sostenga il suo lavoro? “Perché se avessi accettato soldi da l’una o dall’altra parte non sarei stata più credibile“, mi ha spiegato. Nessuno la paga per ciò che fa eppure il suo lavoro per la comunità cipriota, per tutta la comunità cipriota, vale ben più della burocrazia della pace, pagata a peso d’oro, e delle decine di progetti finanziati per una minuscola elitè interetnica.

Il tempo su un’isola si ferma e in piccole comunità concetti come “nome” e “reputazione” valgono – spesso – più di diritti e giustizia; nonostante siano trascorsi quasi 44 anni e in tanti abbiano già portato con loro nella tomba quei terribili segreti, c’è chi ha atteso fino ad oggi per raccontare dell’esecuzione sommaria a cui ha assistito oppure della fossa comune di cui ha sentito parlare. Chi si convince va a raccontarlo a Sevgul, non alla polizia o al Comitato per le persone Scomparse (CMP) perché di lei si fidano. E la fiducia per la persona, in una piccola comunità, vale più di ogni altra cosa.

Il fatto di essere donna non l’ha aiutata: in un’isola con una cultura tradizionale, dove il patriarcato è ancora profondamente radicato – tanto tra i greci, quanto tra i turchi – il suo lavoro è stato osteggiato in ogni modo. Nella sua comunità molti la considerano una “traditrice”, mentre i greci la guardano con sospetto: perché lei, turca, non lascia stare il passato e la smette con questa ossessione delle “Missing persons”? Ha ricevuto minacce bipartisan e contro di lei sono state montate campagna tanto dalla stampa conservatrice turca quanto da attivisti dell’estrema destra greco-cipriota perché lei è pro-unificazione e si sente cipriota, senza aggettivi. E soprattutto non ha mollato la presa.

Ha vinto diversi premi internazionali tra i quali quello conferitole dalll’International Women’s Media Foundation “Courage Award” nel 2008 e quello lo European Citizens Prize assegnatole dalla Commissione Europea nel 2014.

L’8 marzo, la speranza è che la storia, il lavoro indipendente e l’impegno di Sevgul – delle tante Sevgul che come lei lavorano in penombra, mosse solo da passione e senso civico – a cavallo tra culture, su un terreno difficilissimo e senza la sicurezza di grandi network alle spalle, siano d’ispirazione per le tante giovani donne che si affacciano al giornalismo.

Foto tratta dalla pagina Fb di Sevgul Uludag