C’è un affresco di Tiziano, databile attorno al 1511, conosciuto come Il miracolo del marito geloso. E’ un’immagine truce che mostra un uomo con un lungo pugnale nell’atto di accoltellare la moglie. La donna è riversa a terra, già ferita, si dimena e protende il braccio per cercare disperatamente di sventare il colpo fatale che l’uomo, in piedi, sta sferrando contro di lei. Lui l’accusa di tradimento, ma quando scopre che la sua accusa è infondata chiede perdono a Sant’Antonio che resuscita la donna.

Se togliamo i costumi dell’epoca e il miracolo riparatore, sembra una scena dei nostri giorni. Ciò che colpisce in questa rappresentazione è come il marito si senta autorizzato a uccidere la moglie, nella pratica di un costume consolidato. Peraltro, in quel contesto storico, solo la scoperta dell’“innocenza” restituisce la vita alla donna che, viceversa, da fedifraga, non avrebbe avuto scampo. È la legge dell’uomo che rimbalza in un archetipo secolare che si porta dietro. Cambiano le epoche, gli ambienti ma l’indole vendicatrice, quanto impotente, è ancora un residuo pericolosamente presente.

La mentalità conosce memorie generazionali lunghissime, si muove su stereotipi sociali che a lungo hanno accreditato la superiorità del maschio sulla femmina. Anche gli stereotipi sono duri a morire e le nostre leggi ne sono state testimoni. In Italia, fino al 1956, il marito aveva il diritto di “correggere” la moglie anche attraverso la coazione fisica. Ancora nel 1961, la legge disciplinava in maniera diversa l’adulterio femminile da quello maschile. Fino al 1981 è stato in vigore, nel nostro codice penale, il delitto d’onore che puniva l’uccisione del coniuge, della figlia o della sorella – qualora avessero avuto “un’illegittima relazione carnale” – con la reclusione da tre a sette anni.

In tema di violenza sessuale, soltanto nel 1996 è stata approvata una legge che fa rientrare il reato contro la persona e non più contro la morale.

La piena parità giuridica, faticosamente raggiunta tra uomo e donna, si scontra con una pratica di violenze tra le mura domestiche e di soprusi nel luogo di lavoro. Occorre tornare a muovere le onde della storia e lo possono fare uomini, donne, media e scuola per costruire un’educazione ai sentimenti che raggiunga gli ambiti familiari potenzialmente a rischio.

L’obiettivo che devono porsi i media e gli insegnanti è operare per salvare la prossima vittima. I media influenzano l’ambiente. In caso di omicidio, il primo errore da evitare è quello di parlare di crimine passionale, di occasionale eccesso d’ira che è di per sé un’attenuante (già contemplata nell’articolo 587 del delitto d’onore). Una migliore linea di informazione deve puntare a creare una pubblica condivisione dell’esperienza di un omicidio o di un sopruso. Occorre affinare gli strumenti psicologici che ci sono dietro le cronache per sancire una ripulsa sociale, certamente verso i colpevoli, ma soprattutto verso i loro moventi.

La scuola negli anni dell’età evolutiva ha un valore altrettanto cruciale perché è qua che si possono combattere i modelli culturali di genere alla base dei soprusi. Gli atteggiamenti irruenti del macho rapace non devono trovare nessuna solidarietà o accondiscendenza, a cominciare dagli stessi uomini.

In altri termini, anche la violenza è un prodotto culturale che si accompagna all’esercizio di meccanismi degeneri, di presunto potere in ambito familiare e di reale potere sul luogo del lavoro dove molestie e soprusi restano maggiormente occultate da soggezione e ricatto.

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