Disclaimer (che dovreste pretendere da tutti coloro che commentano le elezioni): ho votato Potere al Popolo alla Camera dei Deputati, 5 stelle al Senato.

Nel più colossale dei Vaffa day il popolo italiano, per la prima volta nella storia, ha votato a maggioranza assoluta contro l’establishment. No, vi prevengo, non accadde anche nel ’94, ricordatevi di Gianni Agnelli “se Berlusconi perde, perde lui, se vince, vinciamo tutti”.

Nella prima parte della maratona Mentana, un panel di autorevolissimi colleghi osservava smarrito quei dati, incapace di comprenderli. Qualcuno azzardava perfino momenti di autocoscienza culminanti in una Lucia Annunziata che definiva Paolo Gentiloni una invenzione dei media. Ma né lei, né gli altri colleghi arrivavano a rendersi conto che il paese di cui sono stati i cronisti e gli opinion leader, era diverso dalle loro cronache e non era d’accordo con le loro opinioni. Forse Mentana invece che dai principi del commento avrebbe avuto migliori risposte da qualche collega a 5 euro al pezzo o di Askanews, con la loro cassa integrazione al 70%.

L’Italia sta male. Forse, più precisamente, si sente male. Ed ha cacciato dal suo capezzale i medici e i propagandisti che hanno cercato di renderli tali quali quei 4 babbei sulla macchina dello spot elettorale di Renzi. Via gli ottimisti col culo al caldo, via i miliardari biascicanti, via i presidenti del Consiglio non scelti da loro, via gli oppositori dalle poltrone numero due e tre della Repubblica, via i corresponsabili delle politiche dal 2011 ad oggi. Via l’establishment, quello che si accomuna nella frase di De Benedetti “se vince Di Maio ha mille volte ragione Berlusconi, bisogna scappare”. Hanno vinto lui e Salvini, prego si accomodino alle frontiere.

E’ tempo di gufi, nobilissimi predatori, e non più di avvoltoi che banchettano sul cadavere del paese. I gufi, come sappiamo benissimo, possono finire impagliati. E’ successo a Tsipras, non casualmente la Grecia è il solo paese messo peggio di noi nelle statistiche del dopo 2008. Ma forse, oggi, le condizioni sono diverse da quelle del golpe europeo finanziario dell’estate 2015 nella povera Atene. Forse. Lo vedremo. Vedremo se quella di Juncker era una minaccia, inutile come quelle per la Brexit, o una promessa. Ma soprattutto vedremo, e non sappiamo prevedere, la direzione di marcia del paese.

Mi scoccia omaggiare il direttore della testata che mi ospita, se avesse detto una cazzata lo direi però con altrettanta franchezza, ma si è dovuto attendere da Mentana l’intervento di Peter Gomez, prima di vedere emergere il nodo politico dei prossimi mesi. Il Pd, con gli spiccioli di LeU accetterà di appoggiare i 5 stelle nell’unica altra maggioranza possibile, oppure chiuso nel gran dispitto della sua agonia, si negherà dopo essersi dato a cani e porci, in passato? Insomma farà il sacrificio della governabilità, quello tanto apprezzato dai corifei nel caso Spd? Ovviamente dopo aver accompagnato Renzi nello stesso rifugio per politici suonati che ospita Schulz.

Difficile sperarlo perché la qualità intellettuale dei sopravvissuti, depurati del potere, è esattamente quella che abbiamo visto nei giorni dei loro trionfi. Eppure toccherà pensarci. Perché, povero Scalfari, la scelta non è tra Di Maio e Berlusconi. Ma tra Di Maio e Salvini. Anzi, perfino Di Maio & Salvini se la “sinistra” presentabile e i suoi giornali insisteranno nello sputazzare in faccia a un terzo del paese, e a metà dei loro lettori.

Oggi, ancora, le sorti del paese come nella mitologia greca, tremano sulla bilancia del fato. Oggi, ancora, il dissennato progetto delle elite, ghettizzazione della protesta pentastellata degli elettori che una volta votavano la “sinistra” combinato con l’ invenzione mediatica del barbaro populista di destra Salvini portato in ogni talk show come “avversario ideale” per il competente governante piddino (rifacendo lo stesso errore di Gad Lerner e di Milano Italia) può essere fermato, forse invertito. Restituendo un segno progressivo alla rabbia di ieri. Voltategli la schiena, cercate altre elezioni, avrete una Weimar, speriamo farsesca e non tragica.

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