Wikipedia non è responsabile dei contenuti che ospita. E, in ogni caso, la “sua” biografia di Cesare Previti non è diffamatoria. Lo ha stabilito una sentenza della corte d’Appello che ha respinto l’istanza dell’ex avvocato forzista, già ministro della Difesa nel primo governo Berlusconi, condannato in via definitiva, nel 2007, a un anno e 6 mesi per corruzione per il Lodo Mondadori. Previti aveva impugnato la sentenza del tribunale di Roma del 2013 che aveva sancito che l’enciclopedia online, in quanto fornitore di servizi di hosting e non di contenuti, non potesse essere ritenuta responsabile dei contenuti scritti dagli utenti. In sede di appello, l’ex avvocato chiedeva di riformare la decisione considerando Wikipedia corresponsabile per affermazioni a suo dire inesatte e diffamanti contenute nella voce italiana dell’enciclopedia online a lui dedicata.

Istanza respinta in toto dai giudici d’Appello che, con la sentenza del 19 febbraio scorso, hanno riaffermato l’irresponsabilità di Wikipedia per le voci pubblicate dagli utenti sull’enciclopedia, sulla mancanza di responsabilità per i contenuti di terzi e sul dovere di rimozione derivante esclusivamente da un ordine dell’autorità competente ovvero dalla certezza del contenuto illecito.

Secondo la Corte, infatti, nessun obbligo preventivo di controllo poteva essere imputato a Wikipedia – che nel procedimento è stata assistita da Hogan Lovells con Marco Berliri e Massimiliano Masnada – dal momento che l’illecito non risultava da nessun provvedimento della competente autorità. In questo senso non si ravvisa nessun obbligo di cancellare contenuti informativi “di per sé non insultanti ed addirittura corredati dalle indicazioni delle relative fonti comprensive di sentenze passate in giudicato”, scrivono i giudici. Secondo i quali “manca poi nel caso di specie anche l’elemento psicologico del reato di diffamazione la cui responsabilità l’avv. Previti vorrebbe attribuire a Wikimedia, in quanto non risultano dimostrate la coscienza e la volontà di danneggiare l’appellante da parte della appellata”. E così Previti, che aveva chiesto 50mila euro di danni, è stato condannato a pagare le spese legali dell’enciclopedia quantificate in 10mila euro.