Presidiare il mezzo con un alto volume di attività, per imporre i propri temi. Presentando all’inizio di febbraio il monitoraggio Twitter Social Recap riassumevo così i primi indizi che emergevano dai tweet dei leader italiani in campagna elettorale. A dieci giorni dal voto, a meno di recuperi miracolosi, su Twitter probabilmente un primo arrivato c’è ed è Matteo Salvini: è il leader della Lega il politico che, dal giorno dello scioglimento delle Camere a oggi, ha ottenuto il più alto numero di RT e likes. C’è chi aleggia il sospetto dell’utilizzo di tweet automatici, tuttavia ad oggi il dato numerico è incontrovertibile: le condivisioni e le approvazioni ottenute sono state costantemente alte e i risultati del suo account sono di gran lunga superiori a quelli dei competitor.

Un passo indietro, per spiegarci meglio: nel monitoraggio #RecapElezioni18 si tiene conto degli account Twitter di Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini per il centrodestra; Carlo Calenda, Paolo Gentiloni e Matteo Renzi per Pd e centrosinistra; Luigi Di Maio e Danilo Toninelli per il Movimento 5 Stelle; Laura Boldrini e Pietro Grasso per Liberi e Uguali; Emma Bonino per Più Europa. Il periodo che prendiamo in considerazione in questo articolo va dal 28 dicembre 2017 al 20 febbraio 2018. Quello che emerge nelle grafiche è molto chiaro.

Come ha fatto dunque Matteo Salvini? Semplice: prima di tutto lui e il suo staff hanno pubblicato un’alta quantità di tweet, ogni giorno, secondi in questo solo a Silvio Berlusconi. E lo avevamo detto già nel resoconto iniziale di questo monitoraggio: su Twitter la quantità paga. Curioso che, in termini assoluti, nel periodo in oggetto i tweet più performanti tra gli account in monitoraggio siano comunque di altri: di Carlo Calenda il primo in assoluto, con più di 4mila retweet, proprio riguardo alla proposta di Salvini sui dazi, e di Matteo Renzi il secondo, sull’origine del problema dell’immigrazione.

Salvini tuttavia è stato molto più assiduo nell’uso della piattaforma e i suoi tweet si sono imposti all’attenzione collettiva soprattutto in corrispondenza di snodi fondamentali dell’ultimo periodo. All’indomani della tentata strage di Luca Traini, ad esempio, quando nonostante l’accaduto continua a puntare il dito sull’immigrazione fuori controllo. Oppure in occasione degli scontri tra forze dell’ordine e centri sociali a Piacenza alcuni giorni dopo, dove chiude minacciando, “il 4 marzo arriva”.

Questi riscontri di engagement, approvazione dei follower, sono frequentemente alti: in questo tweet, ad esempio, sull’immigrazione da fermare naturalmente; sugli avversari da mandare a casa; sulla legittima difesa da approvare al governo. Post dai toni schietti, aspri, sui temi del giorno, ad alto tasso di retweet, che nell’algoritmo Twitter hanno dato visibilità alle sue posizioni.

Posizioni che in realtà non possono essere derubricate banalmente solo come contrarie all’immigrazione. Salvini ha operato sulla Lega quello che nel marketing viene definito re-branding: nato come partito del nord, oggi è un partito nazionale e soprattutto nazionalista. Il suo hashtag #Primagliitaliani colloca la sua campagna elettorale in una dimensione priva di presente: è uno slogan generico, che lui usa nel 2018 ma poteva valere ugualmente anche nel 1918, o nel 1958. È un’etichetta che appende ovunque, dall’immigrazione alla vertenza Ideal Stantard, dai pensionati al festival di Sanremo. Bisogna fare come in Francia, dice, tutelare i nostri artisti.

Molto si è detto sulla sua emulazione di Donald Trump. È una somiglianza certo non genetica, data la differente storia e generazione dei due personaggi. Ma Salvini sembra avere uno zelo instancabile nel non volerla limitare alla dimensione puramente politica, ma estenderla il più possibile a quella comunicativa. Ed ecco lo sfottò, il dileggio dell’avversario via tweet, lo stesso tono politically uncorrect con cui l’attuale presidente degli Stati Uniti in 140 caratteri insultava Hillary Clinton, Barack Obama, Arianna Huffington. Salvini lo emula ad esempio quando, in un tweet, rilancia un video con cui storpia la canzone “bella ciao” cantata da Laura Boldrini e alcune militanti; oppure più di recente quando “bacchetta” Pietro Grasso per un errore, chiedendo se i suoi avversari ci sono o ci fanno. Anche in questi ultimi due casi, si tratta di tweet ad alta percentuale di diffusione nell’arco della giornata. La strategia è fin troppo alla luce del sole, tant’è che ormai anche gli avversari si prestano al gioco e rispondono sullo stesso livello: così fa ad esempio la presidente Boldrini, replicando a un suo tweet di sberleffo con un tempestivo “Paura, eh?”.

In sintesi, a differenza di Renzi e della sua “neo-complessità”, di cui abbiamo parlato nel precedente post, Matteo Salvini ha puntato con decisione sull’engagement, sul retweet, sul like. Vedremo presto se, e fino a che punto, le metriche di engagement siano indicative del sentiment del Paese. Se i retweet e i like di una strategia social certamente ben riuscita si convertano poi in voti, e in che misura.