Incrociano nuovamente le braccia i rider bolognesi, sempre più numerosi. Quello di stasera è uno sciopero che coinvolge tutte le piattaforme. Da mesi, le mobilitazioni dei fattorini, i rider, che rivendicano condizioni di lavoro più dignitose, si fanno sempre più frequenti. Lo fanno scontrandosi ripetutamente con un atteggiamento di sfida o con colpevoli silenzi, necessari a riaffermare la posizione di forza dell’azienda rispetto ai lavoratori. Due casi recenti hanno interessato uno dei colossi del food delivery, Deliveroo. Contestualmente all’inchiesta di Presa Diretta che ha smascherato lo scandalo dei caschi, senza omologazione e certificazione CE, consegnati ai fattorini da Deliveroo, l’azienda si è premurata di mandare una mail ai propri collaboratori in cui si chiede di restituire i caschi in quanto “potenzialmente difettosi”. Ma i caschi sono illegali, non difettosi. Circa 48 ore dopo, arriva un’altra mail in cui si invitano i fattorini a passare da un contratto con retribuzione (esigua) a ore più una parte variabile a cottimo, ad un sistema interamente basato sul cottimo. Sistema che verrà introdotto per tutti i nuovi collaboratori. Una deriva imminente che i rider hanno denunciato anche con una lettera aperta su questo giornale. Eccolo servito il braccio di ferro.

La crescente ondata di mobilitazione contro l’economia dei lavoretti, l’altra faccia dell’economia digitale, smaschera una pluralità di narrazioni sul mondo del lavoro. La prima è quella per cui senza un luogo di lavoro, l’organizzazione dei lavoratori e le battaglie per il riconoscimento di condizioni dignitose sarebbe impossibile. La seconda che ci sarebbe una generazione disinteressata. Non è così: là fuori esiste una generazione afona, che quotidianamente mostra la propria maturità di fronte a chi pensa, nel migliore dei casi, che essa vada diretta e accompagnata perché incapace di assumersi la responsabilità di cambiare questo stato di cose, per nulla lungimirante.

Gli ultimi mesi di mobilitazione dei riders di Bologna ci danno alcune preziose indicazioni. Se per le piattaforme del cibo a domicilio lo spazio della produzione è la città, le cui strade si trasformano in corridoi sui quali muovere le merci, la battaglia per il miglioramento delle condizioni di lavoro e sicurezza dei riders non può che coinvolgere il governo della città, le parti sociali e la cittadinanza. Così, dopo i silenzi e le bugie delle aziende, i riders hanno ottenuto un’udienza conoscitiva da parte delle commissioni “Attività produttive, commerciali e turismo” e “Mobilità, lavori pubblici e infrastrutture” del Comune di Bologna, durante la quale i ciclo-fattorini hanno avuto la possibilità di confrontarsi per la prima volta con le proprie aziende in presenza dell’amministrazione comunale. Quest’ultima ha inoltre assunto l’impegno di convocare un tavolo con le parti sociali entro la metà di marzo, nonché la garanzia di un ulteriore confronto negoziale con le rappresentanze delle piattaforme.

Il tentativo, tutto da verificare, è quello di avviare un’inedita forma di contrattazione metropolitana, costringendo le aziende – che non aderiscono alle associazioni datoriali e non sono firmatarie di contratti collettivi nazionali – a riconoscere le richieste dei lavoratori rappresentati da Riders Union e dalle singole assemblee di piattaforma. Ciò dimostra che la sfida di regolare le nuove forme di economia on demand a vantaggio della maggioranza delle persone necessita di una battaglia su più livelli: dal nazionale al locale, fino all’organizzazione europea delle vertenze. La battaglia dei riders è dunque immediatamente politica perché coniuga al tempo stesso il diritto alla città con quello ad un lavoro degno, alla salute e ad una mobilità sostenibile. In ultima istanza è una questione di democrazia e di conquista del potere da parte di chi sta in basso. Per tutti, indipendentemente dai confini toponomastici e nazionali.

L’innovazione dell’esperimento di Riders Union si riscontra anche nei processi di partecipazione, nella ricerca di alleanze sociali e nel ruolo del mutualismo. Si rintracciano alcune pratiche dalle esperienze di community organizing americano e britannico che hanno rinnovato l’azione sindacale negli ultimi decenni. Basti pensare all’assemblea generale dell’organizzazione, aperta anche a persone solidali, che funge da raccordo delle singole assemblee delle piattaforme, senza per questo minarne l’indipendenza. Il rapporto fra i due livelli organizzativi si rivela doppiamente proficuo: da un lato permette un radicamento notevole in ogni singola piattaforma, comprese le ultime arrivate come Glovo contro la quale si è già scioperato, dall’altro evidenzia un’esigenza ricompositiva tra riders e solidali, molto spesso con condizioni simili di lavoro, che possono offrire competenze organizzative, politiche, comunicative, oppure spazi di incontro.

Così, in uno dei settori dove si fa uso dei più pervasivi dispositivi di individualizzazione e competizione, si sta manifestando un potente esempio di coscientizzazione di classe attorno a una battaglia che viene riconosciuta come rappresentativa di una condizione generale di sfruttamento e insicurezza, che caratterizza fortemente le giovani generazioni, ma che si estende sempre più a fasce crescenti della società. Il “metodo” Riders Union dà diversi segnali alle storiche organizzazioni sociali, sindacali e politiche: vanno creati spazi di mutuo riconoscimento, di co-osservazione partecipante, di partecipazione diretta, dove praticare l’empatia e la solidarietà. L’obiettivo dichiarato è quello di creare alleanze nella società, oggi sempre più affetta dal risentimento dato dall’assenza di prospettive e dall’impoverimento crescente.

Ed ecco la disponibilità di alcuni spazi sociali che hanno permesso la costruzione di punti solidali dove incontrare colleghi nel dopolavoro e riunirsi per le riunioni, usufruire di bici di ricambio in caso di emergenza, di una ciclofficina gratuita, di assistenza tecnica e giuridica su diversi aspetti del lavoro. Senza la costituzioni di questi nodi di coesione, molto probabilmente non si sarebbe prodotta alcuna mobilitazione. I riders di Bologna sono scolari critici delle prime forme di associazionismo operaio di fine Ottocento. Un altro esempio? Sfidando l’ormai cristallizzata pratica della delega anche in ambito sindacale, i riders hanno assunto su di sé la funzione dell’autoformazione organizzando momenti interni, aperti a tutti gli interessati, insieme a avvocati, giuslavoristi e attivisti.

Contro la retorica di chi vuole sottrarre ai lavoratori ogni spazio di democrazia, queste pratiche dimostrano la determinazione di riconquistare il primo tassello democratico: la conoscenza e la consapevolezza dei meccanismi in gioco che non riguardano esclusivamente le retribuzioni ma investono pienamente tutto il campo dell’organizzazione del lavoro. Questo connubio, un vero e proprio ritorno al futuro, ci permette di scommettere non soltanto sulla conquista di protezioni sociali e contrattuali hic et nunc, ma anche sul progressivo affermarsi dell’agire cooperativo fra lavoratori che provi a coniugare le esigenze di autonomia e flessibilità di chi lavora, il mutualismo, diritti e tutele oggi negati dalle piattaforme dell’economia dei lavoretti.

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