Lo aveva detto con convinzione, Matteo Renzi: “Il lavoro è l’argomento fondamentale italiano e invece purtroppo si continua a discutere del Reddito di cittadinanza, che vuol dire dare i soldi alla gente perché non lavori”. E poi aveva insistito, spiegando che c’è già il Reddito di inclusione, “quello strumento che serve a chi in un determinato momento è senza lavoro, per dire io ti do una mano, ma te ti metti a seguire tutti i corsi di formazione, ti metti in gioco”. E quindi, insomma, c’è differenza tra reddito di cittadinanza e di inclusione: “Dare uno stipendio per stare a casa e non far nulla è il reddito di cittadinanza”, sentenziava il segretario del Pd a Quinta Colonna parlando della proposta del Movimento Cinque Stelle, depositata da anni in Parlamento.

Ma il fact-checking de Lavoce.info definisce la sua dichiarazione “chiaramente falsa”: “Il reddito di cittadinanza, proprio come il Rei, prevede diversi obblighi e adempimenti da rispettare per poter ricevere l’assegno – scrivono gli economisti del blog – Le differenze riguardano invece i costi, il numero di beneficiari e la gestione del reinserimento. Nel complesso, la sua dichiarazione è in evidente contrasto con il contenuto del disegno di legge M5s”.

La differenza tra il reddito di cittadinanza e il Rei, spiega Lavoce.info, “non sembra riguardare gli obblighi previsti per il beneficiario, quanto i criteri per usufruire dei trasferimenti e le modalità di gestione del reinserimento“. La differenza sostanziale è che il reddito di inclusione “si pone l’obiettivo di aiutare una buona parte dei poveri assoluti“, mentre il disegno di legge dei pentastellati “ha come platea tutte le famiglie che vivono nella povertà relativa, un numero ovviamente maggiore”.

Ma non è vero, come sostiene Renzi, che il reddito di cittadinanza sia “uno stipendio per stare a casa a fare nulla”. Come già spiegato in passato da Lavoce.info, per poter usufruire dell’assegno che il M5s stima in 450 euro per beneficiario, quest’ultimo deve rispettare diversi obblighi come “fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego“, oltre a intraprendere un “percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo”. In sostanza, chi riceve l’assegno “è obbligato a partecipare a corsi di formazione e a colloqui individuali, oltre che ad altre iniziative finalizzate al miglioramento delle sue competenze lavorative”.

Deve inoltre “offrire la propria disponibilità a lavorare per progetti comunali utili alla collettività” e “mettere a disposizione otto ore settimanali per lavorare, in coerenza con il proprio profilo professionale, a progetti di pubblica utilità“. Nel caso in cui anche solo uno di questi obblighi non fosse rispettato, scrive sempre Lavoce.info, “il beneficiario perderebbe il diritto al reddito”.