Diamo troppa attenzione alla fine di un rapporto, ne dessimo altrettanta al suo inizio, ci risparmieremmo molte prevedibili chiusure. La prevedibilità è uno degli affari più complicati che io conosca.

Quando una storia si chiude, non è quasi mai una passeggiata, solitamente chi ha lasciato se la passa meglio di chi è stato lasciato, ma si trova spesso a fronteggiare quella sensazione di solitudine e di aver perso tempo, tipica dell’elaborazione di una separazione. Il dispiacere per l’altro è presente, se la relazione è stata significativa, ma gestibile, quando l’altro accetta la chiusura senza eccessivi colpi di coda. Se si viene lasciati, il dolore, la rabbia, il rancore possono essere più difficili da contenere. Elaborare un fine rapporto non è scontato, quello che però spesso manca è l’elaborazione del suo inizio, di quando, come e perché il tutto è cominciato.

A quanti è capitato di chiudere una storia, pensando di essere arrivati esattamente alla conclusione che ci si aspettava? Sono convinto che non siete in pochi. C’erano già dei segnali significativi che qualcosa non andava, ma questo non ha costituito un freno, quasi come se godessimo nel darci ragione di stare a fare tutto ciò che, in un secondo momento, potremmo, a buon ragione, considerare sbagliato. Una sorta di masochismo relazionale innato perseguita molti di noi. Prevedere la drammaticità in una relazione è un po’ come pregustarla e sembrerebbe non avere peso alcuno nel prevenirla.

L’amore lo ricerchiamo con lo stesso impeto con cui bramiamo il dolore, amiamo soffrire per un qualcosa che, se fosse così facile da raggiungere, non avrebbe poi tutto il valore che vi attribuiamo.

La realtà tragica è che il malessere ci fa sentire più vivi del benessere, lo stare male ci fa raggiungere profondità che lo star bene non potrà mai darci. Il parametro di chi siamo e cosa vogliamo ce lo dà l’insoddisfazione molto più dell’appagamento. Siamo esseri complicati e l’amore è un affare complicato.

La sfida con il mondo non è altro che la sfida con noi stessi, l’avversario ci conosce, ci precede e ci segue contemporaneamente e chiunque vinca perde ugualmente. A volte innamorarsi è come dichiararsi guerra.

La logica non è amica nelle questioni di cuore, ma non dobbiamo farcela necessariamente nemica, una posizione di neutralità sarebbe auspicabile.

Vogliamo dall’altro che risponda alle nostre aspettative, ma se vi aderisce non ci dà modo di confrontarci con esse e capire se sono realistiche, se siamo disposti a disfarcene, a cambiarle o a difenderle senza eccezioni e dall’altro ricerchiamo soprattutto che sia in grado di metterci in discussione, altrimenti perdiamo interesse.

La verità è che la coppia è molto più dei due singoli individui che la compongono, ma i due individui che la compongono sono anch’essi molto più della coppia a cui il loro stare insieme dà vita.

Vignetta di Pietro Vanessi