Il goffo e inaudito tentativo di ingerenza del governo nelle decisioni di una società privata ha un prezzo ben superiore agli 80 milioni in più che il fondo statunitense Gip (Global infrastructure partners) pagherà agli azionisti di Italo per rilevare il 100% della compagnia. Il comunicato congiunto con cui i ministri Carlo Calenda e Pier Carlo Padoan invitavano l’azienda e i suoi soci a respingere l’offerta americana e proseguire sulla strada della Borsa mostra la debolezza di un sistema che a parole vorrebbe attrarre investitori esteri e che nella pratica fa di tutto per scoraggiarli, arrivando al paradosso di costringere gli astanti ad alzare il prezzo per vincere le resistenze a fare scelte diverse dai desiderata di Palazzo Chigi: una sorta di pizzo-Italia.

Quello che è accaduto è tanto più grave perché mostra una propensione a intervenire laddove il governo non solo non potrebbe (Italo è un vettore ferroviario privato che non possiede alcuna infrastruttura strategica), ma soprattutto non dovrebbe per l’evidente conflitto d’interessi che lo contrappone all’azienda privata: lo Stato è proprietario infatti delle FS, il principale e per ora unico concorrente di Italo sull’alta velocità.

I soci di Italo, a partire da Intesa Sanpaolo che è stato il principale finanziatore dell’azienda, consentendole di superare nel passato recente gravi difficoltà finanziarie, erano assolutamente favorevoli a cedere al fondo statunitense, la cui offerta valorizzava da subito le loro quote ben più di quanto sarebbe stato possibile con la quotazione in Borsa della società. Le indebite pressioni del governo – che si è messo di traverso all’operazione – hanno costretto il fondo Gip a ritoccare l’offerta aggiungendo un’ottantina di milioni di euro ai 2,3 miliardi (debiti compresi) messi sul piatto lunedì 5 febbraio. A quel punto i soci di Italo non potevano più tirarsi indietro (alcuni di loro, a partire dalla stessa Intesa Sanpaolo, devono rispondere di ciò che fanno ai propri azionisti) e nella notte hanno accettato all’unanimità l’offerta statunitense.

Il governo azionista di FS esce malissimo da questa vicenda e presto dovrà fare i conti con un concorrente molto ingombrante: il fondo Gip è il maggior fondo infrastrutturale al mondo (gestisce porti, aeroporti, ferrovie e infrastrutture energetiche) e ha puntato su Italo non solo perché la società è stata risanata ed è profittevole, ma anche perché a partire dal 2020 la liberalizzazione dell’alta velocità ferroviaria dovrà estendersi a tutta Europa e un vettore come Italo non solo farà concorrenza a FS sulle tratte interne come già in parte avviene, ma anche e soprattutto sul ricco business dei collegamenti internazionali. Una vera e propria grana per l’ex monopolista e il suo azionista Tesoro che sta cercando in tutti i modi di aumentare la massa critica della società (l’Anas è stata appena fusa con le FS creando un carrozzone che rischia solo di amplificare i costi e le inefficienze) per portarla in Borsa e ricavare il più possibile dalla cessione delle azioni, ammesso e non concesso che nel frattempo il mercato azionario non inverta la tendenza costringendo ancora una volta il Tesoro a ricorrere al bancomat della Cassa depositi e prestiti.