Era bella, era giovane, aveva tanti talenti. Troppi. Gli dei sono stati generosi con lei. Poi invidiosi, si sono ripresi tutto. Di fretta. Con brutalità. Lina Wagner Frangie, nipote dell’ex presidente del Libano (dal 1970 al 1976, quando Beirut era la Montecarlo del Medio Oriente) è morta sotto una valanga nel SaanenLand (Svizzera) qualche giorno fa insieme alla sua guida Thomas Eisher. Una tragica fatalità. Non solo. Lina e Thomas sono vittime anche del Global Warming. Freddo, caldo, neve, poi pioggia, vento. Ad alta quota le temperature nelle giornate soleggiate hanno raggiunto anche i 10 gradi. Un inverno sempre più corto e un gennaio con temperature primaverili.

Cosa ho fatto allora? Sono scesa dalla seggiovia all’incirca a 2000 metri, mi sono spogliata, mi sono infilata un costume olimpionico nero, ai piedi gli sci Pirelli, quelli con strato di gomma antivibrante inserito all’interno della costruzione a sandwich, che anche nei fuoripista garantiscono stabilità e controllo delle curve, casco in testa, e mi sono buttata in neve fresca.

Vietato cadere, sarebbe stato come strusciarsi contro carta vetrata. Perché l’ho fatto? Per provocazione? Soltanto per denunciare il Global Warming. A gennaio si può sciare in bikini (ndr. chi lo volesse può seguire il “ bagno di neve” sul mio profilo di Instagram). E siamo fortunati  perché abbiamo ancora la neve. Intanto i ghiacciai si sciolgono e tra una ventina d’anni la neve potrebbe scomparire del tutto. Andrà a finire che scieremo tutti negli Hub, in mega bolle lastricate di tapis roulant spruzzati di neve artificiale, come già fanno a Dubai.

Giornalista di lungo corso, scrittore fuoriclasse e scalatore, Paolo Martini nel suo ultimo libro Bambole di Pietra, la leggenda delle Dolomiti (Neri Pozza) affronta varie emergenze neve. Al posto della penna, la picozza. Tra le montagne più belle del mondo l’uomo ha portato  una dose davvero insopportabile d’inquinamento da quando è entrata in scena la tecnologia di innevamento programmata. Martini sarà anche l’animatore di un Forum sull’ambiente nell’eco-resort del Maloja Palace (Sainkt Moritz) sabato 3 marzo.

Nel solo comprensorio sciistico Dolomiti Superski sono stati installati quasi cinquemila cannoni per l’innevamento. Oltre al danno estetico, il disastro naturale si completa con gli impianti interrati per portare l’acqua da nebulizzare, che vengono alimentati da potentissimi compressori e pescano nei 160 bacini di deposito. Alcuni serbatoi sotterranei pescano acque sorgive, ma gran parte dei depositi idrici sono stati artificialmente ricavati un po’ ovunque. Un giorno non lontano questi pseudo-laghetti per l’innevamento programmato saranno un altro lascito umano su cui riflettere amaramente: guardando, tanto per citarne uno, il nuovo “piscinone” per l’acqua degli impianti al Passo Sella.

Ma il problema non è solo estetico, anzi. Per fare la neve artificiale servono enormi quantità di acqua, che qualcuno calcola in 5mila metri cubi a ettaro, e un mare di energia elettrica. E’ evidente che questo sistema, alla fine, alimenta esso stesso il riscaldamento globale. Il Wwf calcola che per fare neve nell’arco alpino vengano impiegati ogni anno circa 95 milioni di metri cubi d’acqua, 600 gigawatt/ora di energia, al costo di 136mila euro per ettaro di pista. Alcune ricerche sui luoghi soggetti ad innevamento artificiale, hanno riscontrato ritardi dell’inizio dell’attività vegetativa, fino a 20-25 giorni rispetto alla media. Il deterioramento del manto erboso rende i pendii più soggetti all’erosione, ne altera l’ecologia e la biodiversità. Sic. Ancora: dato che sono sempre di meno le giornate fredde adatte per la produzione di neve, ovvero sotto zero, i cannoni cominciano a volte già verso la fine di ottobre a “ sparare” per preparare la base. Tutto questo prodotto precoce, si scioglie più e più volte, letteralmente “come neve al sole”.

Come neve, appunto, perché nonostante quel che si propaganda a proposito della “sciabilità”, la neve artificiale è di tutt’altra pasta rispetto a quella naturale: nebulizzata dopo la mescolanza di acqua e aria compressa, si presenta cristallizzata all’istante, come una pioggia ghiacciata. Di certo non ha mai l’aspetto del canonico fiocco. Alla vigilia della Coppa del Mondo, un evento vantato come fiore all’occhiello dalle amministrazioni locali, le piste più impegnative della val Badia e della val Gardena vengono chiuse alcuni giorni per far trattare il manto nevoso con singolari siringate chimiche. Altrimenti, senza le ditte specializzate austriache che iniettano sostanze per fare il lifting alle piste, addio circo bianco. Sic. “E’ una sfida che ormai ha del ridicolo, oltre che del tragico, quella dell’uomo contro la natura per accaparrarsi l’oro bianco – conclude Martini – Cosa direbbe oggi Déodat de Dolomieu, lo scienziato esploratore di fine Settecento, del quale le Dolomiti portano il nome, davanti allo scempio (dis)umano?”.