In molti commenti e perfino in qualche post leggo una delusione, nei confronti dell’università italiana, che rasenta il disfattismo e l’aperto disprezzo. Nei miei post precedenti non ho lesinato critiche, mi pare, ma ci sono elementi che mi rendono ottimista e fiero della istituzione in cui opero. Uno è il grande numero di ex-studenti che mi raggiungono su LinkedIn da posizioni di responsabilità in Italia e nel mondo. Un dato oggettivo è costituito dalle statistiche di AlmaLaurea; emerge chiaramente che i laureati (almeno dell’ambito scientifico-tecnologico) trovano rapidamente lavoro. Un altro elemento sono le tesi. Io ho tre insegnamenti a Ingegneria e uno a Matematica ma come topologo ho, comprensibilmente, molti più laureati a Matematica che a Ingegneria (scrivo al maschile ma in realtà ho più laureate). A proposito, molti miei colleghi hanno solo corsi “di servizio” e non hanno la possibilità di dare tesi. Altri invece ne sono oberati, a scapito della qualità della loro supervisione. Questa sperequazione dovrebbe essere sanata.

Quando venne istituito il 3+2 eravamo tutti piuttosto perplessi su cosa assegnare come tesi al termine del percorso triennale. Molti ne volevano l’abolizione e credo che certi corsi di studio abbiano seguito questa strada (con dolore di fotografi, fiorai e pasticceri). Nel tempo ho superato la perplessità e sono soddisfatto anche delle tesi di triennale: è comunque un primo momento, nella storia educativa di uno studente, in cui può dare qualcosa di nuovo al professore invece che limitarsi a restituire ciò che gli è stato detto a lezione o ha letto sul libro. Infatti persino una buona tesi compilativa può esporre il laureando a ricerche attuali e magari ad aspetti applicativi di ciò che ha studiato e può dare a me una sintesi di argomenti di mio interesse. Magari è anche la prima volta che lo studente vede un teorema scritto da un matematico vivente! In certi casi è la prima volta che deve leggere del materiale in inglese.

Per carità, non mancano i furbetti o gli ingenui che credono di poter fare un mosaico di taglia-e-incolla presi da Internet; e mi sono capitati quelli che dovevo trascinare per i capelli fuori dalle sabbie mobili (d’altra parte quando mai li avevamo allenati all’iniziativa?). In generale, però, l’esperienza di tesi si rivela un momento di crescita e di estrinsecazione della personalità dello studente ed è un punto di osservazione formidabile per un docente (c’è da dire che chi arriva alla laurea ha superato una selezione piuttosto severa; c’è da essere meno allegri se si pensa ai tanti studenti che abbiamo lasciato perdersi per strada senza un precedente orientamento e un aiuto efficaci).

Naturalmente le esperienze più ricche – a parte ovviamente le tesi di dottorato – sono quelle di laurea magistrale: chi aspira a una carriera scientifica ha finalmente l’occasione di inserirsi in un gruppo di ricerca e di lasciare una pur piccola impronta nella sua disciplina; quella sensazione di calpestare neve vergine è impagabile. Qualcuno ha invece un primo contatto con una realtà aziendale. Un futuro insegnante vede la sua materia in modo molto più vivo e tutti sappiamo quanto questo sarà prezioso per i suoi allievi. Talvolta poi si realizza il miracolo di coniugare nella tesi la propria materia di elezione e un interesse personale, che sia musica, linguistica o (credetemi!) fumetti o parchi d’attrazioni. È meraviglioso vedere dei giovani appassionarsi e creare qualcosa di indiscutibilmente proprio.

Questo senso di proprietà mi risulta particolarmente evidente quando siedo in commissione di laurea a Ingegneria: rivedo dopo tre o cinque anni ragazzi che avevo conosciuto freschi di esame di maturità, ancora in fase di orientamento; ed eccoli qua, che parlano di argomenti avanzati con sicurezza e proprietà, che rispondono alle domande senza esitazione. L’ultima volta, dopo la proclamazione, ne ho catturati due che avevano usato strumenti tipici del mio corso principale e li ho invitati a parlare delle loro tesi alle matricole. Non solo hanno accettato subito, ma sono stati formidabili, senza un briciolo di timore davanti a un’aula piena di 250 studenti; nonostante fossimo a fine giornata (dalle 18 alle 19!) ci sono state parecchie, interessanti domande a cui hanno risposto con una chiarezza invidiabile. Un’esperienza stupenda per me, per loro e soprattutto per le mie matricole. Poi volete che non sia ottimista?