Ogni anno vengono spesi circa 3,6 milioni di euro per portare frutta e verdura nelle nostre scuole all’intervallo. Per il periodo che va dal 2017 al 2023 l’Unione Europea ha stanziato 25,8 milioni per incoraggiare i bambini delle scuole primarie a consumare mele, pere, carote e pomodori e sostenerli nella conquista di abitudini alimentari sane. Un progetto che solo nell’anno scolastico 2017/2018, ha coinvolto 2.900 istituti corrispondenti a più di un milione e 200mila alunni. Quest’anno, 960mila di questi saranno coinvolti nelle distribuzioni regolari, gli altri in giornate dedicate alla realizzazione di laboratori sensoriali. Una mastodontica macchina si muove per far arrivare tra i banchi oltre 28 specie vegetali tra frutta e verdura, seguendo criteri di stagionalità, territorialità con una premialità per i prodotti a denominazione di origine e tradizionali.

Un’iniziativa che non sembra essere accolta a braccia aperte da tutti. A sollevare qualche critica sono gli insegnanti, i genitori ma anche alcuni amministratori. “Il collegio docenti – spiega Isa Cantatore, insegnante del primo circolo di Ruvo di Puglia, da settembre in pensione – ad un certo punto ha deciso di non aderire più al progetto. La referente della scuola ha fatto più volte presente le difficoltà che avevamo senza ottenere alcun risultato. Le mele che i bambini dovevano mangiare erano con la buccia: dovevamo pulirle con i fazzolettini di carta e ci accorgemmo che non erano state lavate. I camion scaricavano la frutta quando ormai i bambini dovevano andare a casa. Ci hanno portato delle fragole verdi, per nulla mature. Abbiamo trovato la muffa nei pomodori. E’ persino capitato di trovarci un intero camion di angurie: non sapevano che farcene, come gestirle”.

Dalla Puglia alla Toscana dove Maria Chiara, mamma di due bambini a Sesto Fiorentino, racconta: “A me è sembrato un grande spreco. Non c’era il risultato atteso ovvero insegnare loro a mangiare la frutta e la verdura perché non erano invogliati. Spesso era frutta fuori stagione. I miei figli l’hanno portata a casa sperando di non mangiarla. Non era nemmeno di qualità. Mia figlia non ha certo imparato a scuola a mangiare la verdura. Faceva inorridire quel sacchetto di plastica così asettico dov’era contenuta”. In Veneto a sollevare il problema è stato l’assessore di Trevignano Dimitri Feltrin che di fronte ai pomodorini per merenda si è chiesto quanto fosse stagionale e locale quel prodotto.

Eppure al ministero delle Politiche agricole che gestisce il progetto totalmente gratuito per le scuole non risultano grandi problemi: “Il tasso di abbandono è inferiore allo 0,1%. Il tasso di crescita delle scuole aderenti è maggiore: negli ultimi cinque anni hanno aderito circa 700 nuovi istituti. Nell’anno scolastico 2016-2017 ci sono stati 40 disservizi verbalizzati e accertati su 1,2 milioni di alunni che hanno usufruito di una media di 32 porzioni. Ci sono state inoltre circa 100 segnalazioni ricevute via mail che sono state anch’esse gestite”.

Dietro la distribuzione c’è un investimento dell’8-9% nella promozione, del 15% nelle misure di accompagnamento tra cui la formazione degli insegnanti e un 3% di investimento per il monitoraggio. La selezione delle imprese è fatta attraverso un bando di gara europeo secondo il codice degli appalti. La gara prevede dieci lotti funzionali. Il ministero affida ad “Agecontrol” l’organizzazione delle sue funzioni di controllo – senza preavviso – presso gli stabilimenti di produzione dei prodotti, le stazioni di allestimento delle confezioni destinate alle scuole e i mezzi di trasporto, che sono obbligati ad essere refrigerati.

Però, a sentire Sabina Calogero del Coordinamento nazionale mense, tutto non sembra andare come vorrebbero le regole scritte e pubblicate sul sito fruttanellescuole.gov: “Quel progetto usa denaro pubblico da diversi anni con risultati assai deludenti. Manca l’ultimo anello della catena ovvero chi gestisce la frutta e la verdura che arriva a scuola. Spesso abbiamo trovato cibo in cattivo stato. Lo abbiamo anche documentato. E’ vero che ci sono poche segnalazioni ma bisognerebbe chiedersi il perché. Queste cassette arrivano e in alcune scuole restano lì in attesa che qualcuno se ne occupi. Non solo: gli insegnanti già oberati di impegni e burocrazia non hanno il tempo di mettersi a fare segnalazioni anche su questo”. Calogero sottolinea anche altri aspetti: “Al progetto aderiscono scuole che ne fanno richiesta e la distribuzione è limitata ad alcuni mesi dell’anno pertanto alcune fette di popolazione scolastica sono a priori escluse. E vengono utilizzate le monoporzioni con una grande produzione di rifiuti in plastica, l’ aumento del rischio di contaminazione e marcescenza di frutta e verdura”.