Il nazismo si può definire un patto di cittadinanza fondato sulla razza. L’antisemitismo è stato un elemento coagulante che ha permesso ad Adolf Hitler di raccogliere le frange divise dell’autoritarismo e del conservatorismo tedesco.

L’antisemitismo è preesistente al nazismo, in Germania come nel resto d’Europa. Hitler sin dal 1919 imputava la sconfitta tedesca alla congiura internazionale ebraica e avvertiva che si sarebbe dovuto trovare una sistemazione per gli ebrei. La figura dell’ebreo enfatizza tutto ciò che il nazismo disprezza: internazionalismo, comunismo, democrazia, sfacciata ricchezza. Sono quattro categorie in contrasto tra loro, ma non era questa la coerenza che il nazismo cercava.

Il nazismo è l’ideologia della distinzione arbitraria. Tutto risponde a una gerarchia. E’ così nella società, per il principio del capo -“führerprinzip” -, ed è così nella distinzione fra i popoli, concetto che il nazismo scambia con il termine di razza. L’inferiorità razziale si manifesta nel primitivismo, nella deviazione, nella degenerazione. Alla diseguaglianza fra i popoli, corrispondono altrettanto forti diseguaglianze all’interno dello stesso popolo. Per nazisti e fascisti le razze sono soggette ad inquinarsi, se non vengono protette. La loro tutela è garantita dallo Stato attraverso una rigida separazione e, dall’altro lato, la purezza si salvaguarda arrivando all’eliminazione fisica di tutto ciò che la inquina. Nel nazismo la pratica di separazione fra i popoli diventa sterminio perché ciò che è “inquinato”, cioè che è “inferiore” non è degno di vita.

La dimensione dello sterminio è insita nell’ideologia nazista. Prima della guerra, nella Germania nazista erano stati uccisi 70.000 malati di mente ritenuti vite senza valore “lebensunwerte Leben”. I primi esperimenti di uccisione attraverso il gas, il programma T4, viene applicato in Germania nei confronti dei disabili e dei malati.

Le popolazioni slave sono ritenute essere inferiori. Nel piano di conquista nazista, l’Europa dell’Est – in particolare Polonia e Unione Sovietica – erano destinate a diventare territorio tedesco. Hitler immaginava una forma di espugnazione sul modello statunitense della conquista del west, con gli slavi sterminati e assoggettati come successo agli indiani. Gli slavi avrebbero dovuto essere deportati oltre gli Urali e le poche popolazioni rimaste avrebbero dovuto essere schiave del Reich con un livello di alfabetismo utile quel tanto che serviva a recepire gli ordini.

Negli anni Trenta del Novecento le ideologie razziste conseguono seguiti crescenti. Le legislazioni razziali – premessa a più gravi conseguenze per le popolazioni discriminate – sono presenti oltre che in Germania e in Italia, anche in Austria, Ungheria, Romania e Polonia.

Gli emuli del nazismo, nel corso del conflitto, sono quei regimi che applicano con scrupolo le leggi razziali e le pratiche di internamento nei campi come accade per la Francia del regime di Vichy, in Slovacchia con monsignor Jozef Tiso e nella Croazia di Ante Pavelić. Il campo di sterminio di Jasenovac diventa l’Auschwitz degli ùstascia croati che uccidono 487.000 serbi, 27.000 zingari, 30.000 ebrei.

Sarebbe rassicurante pensare che il male si possa confinare, ma il male – come ha magistralmente raccontato Primo Levi ne I sommersi e i salvati – passa anche attraverso, “esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni non erano mostri, avevano il nostro viso”.

L’abisso dell’umanità, nei suoi più profondi orrori, ha avuto come esecutori e complici persone “normali”. Ci sono sempre scelte che ciascuno di noi deve fare. Ecco perché la giornata della memoria, per il valore formativo delle riflessioni che comporta, può diventare la giornata del futuro.

Nella foto il Corriere della Sera dell’11 Novembre 1938: prima pagina del giorno in cui passarono le leggi razziali