Il clan Spada voleva allargare i propri traffici criminali sulla “città” di Roma attraverso i videopoker. E per farlo, il boss Carmine Spada e i suoi sodali si erano rivolti a Franco Colò, storico affiliato alla Banda della Magliana e, ai tempi, braccio destro del boss dei testaccini, Renatino De Pedis. Colò, detto “il ciccione”, non solo finanziava gli “zingari” – come sono noti gli Spada – per avviare le sale da gioco sul territorio di Ostia, ma era anche in grado di fare da intermediario con altri pregiudicati all’interno del Grande Raccordo Anulare o, addirittura, nelle altre province del Lazio.

Nell’ordinanza firmata dal gip Simonetta D’Alessandro – che ha portato all’arresto di 32 membri del clan – viene documentato il tentativo di “Romoletto” e della sua spalla Alessandro Rossi – nel dicembre 2016 – di entrare in contatto con Domenico Pezone, proprietario dei magazzini Mas all’Esquilino. Ed è proprio Pezone, secondo gli inquirenti, a proporre al boss sinti alcuni locali situati in via Merulana. Un affare in seguito rallentato a causa delle precarie condizioni di salute dello stesso Colò: sarebbe stato un bis, dopo la gestione (attraverso prestanome) di un locale a Roma, la New Slot Room, di via Guglielmo degli Ubertini (zona Malatesta).

Prendersi Roma”, dunque, ma anche mantenere il potere sul mercato delle videolottery di Ostia, cresciuto all’indomani degli omicidi di Galleoni “Baficchio” e Antonini “Sorcanera”. Secondo gli inquirenti, gli “zingari” al momento dell’arresto gestivano la bellezza di 18 esercizi commerciali fra bar, tabaccherie e caffè, in cui sono tuttora installate un centinaio di apparecchi, oltre ai casinò Star Vegas e Lucky Break che il clan si stava adoperando per riaprire dopo l’arresto del prestanome Mauro Carfagna. Le macchinette venivano installate da un’altra società controllata dal clan che, a sua volta, veniva finanziata, fra gli altri, proprio da Colò.

Degli affari delle videolottery, Carmine Spada parla anche nel periodo, a cavallo fra il 2013 e il 2014, in cui è recluso a Rebibbia. Lo fa, fra le altre cose, con il fratello Roberto Spada e davanti alle due figlie, Martina Spada e Valentina Spada. I dialoghi, spesso, sono in lingua sinti e hanno costretto gli inquirenti a cercare dei traduttori affidabili che potessero non essere intimoriti di eventuali ritorsioni dei clan nei propri confronti. Il controllo delle attività è evidentemente remunerativo e con “poca fatica”, come confessa lo stesso Romoletto al suo braccio destro durante un viaggio “d’affari” a Frosinone. Nel capoluogo ciociaro era in azione un altro tentacolo del clan. Il prestanome Carfagna, infatti, è legato da Raffaella De Santis, la cui famiglia, attraverso ben 6 società – si presuppone fittizie – produce e distribuisce videoslot e videolottery e gestisce le sale da gioco all’interno delle quali gli stessi vengono collocati. Proprio a Frosinone, all’interno del Fornaci Cinema Village, vi è la Seventies Casino’ & Games, di circa 600 mq, gestita da Michelangelo De Santis, cognato di Carfagna.

Gli investigatori hanno ricostruito i vari passaggi di consegne rispetto al monopolio sul territorio di Ostia di questo business criminale, all’inizio degli anni 2000 passato in mano al clan dei Baficchio – alleati con i Triassi – e poi ereditato, dal 2011 in poi, dal sodalizio Fasciani Spada. Non solo. Carmine Spada era convinto che i “segreti” della gestione delle videolottery fossero morti con Giovanni Galleoni. Ecco cosa racconta, fra il 2015 e il 2016, agli inquirenti Tamara Ianni, moglie di Michael Cardoni, a sua volta nipote di “Baficchio”. “Le macchinette nei bar venivano gestite da Giovanni Galleoni, mentre attualmente sono gestite dagli Spada. Quando Lelli (Massimo Massimiani, altro faccendiere del clan, ndr) ha cercato di coinvolgere mio marito nella gestione delle macchinette da gioco che precedentemente erano gestite dallo zio Giovanni, mio marito ha rifiutato in quanto temeva di fare la stessa fine dello zio”. E ancora: “Più volte gli Spada, in particolare Massimiliano Spada, sono entrati nella casa in cui mi trovo perché sono convinti che dentro questa abitazione mio marito, in quanto nipote di Giovanni Galleoni, custodisca il libro ‘mastro’ dello zio”.