“Aboliremo la ‘ndrangheta!”. Chissà perché, ingenuamente, mi aspettavo che qualcuno dei furiosi iconoclasti che si aggirano tra le stanze della politica e per i social network avrebbe detto di voler abolire il cancro che attanaglia le regioni del Sud dell’Italia, ma anche l’Italia intera, e che si espande con le sue metastasi in tutta Europa, e fuori. E “Aboliremo l’emigrazione!”? Nemmeno quello. Il canone Rai sì (magari dopo averlo messo nella bolletta della luce), il Jobs Act sì (magari dopo averlo votato in Parlamento), la legge Fornero (idem come sopra): tutte misure da abolire, a parole. Ma nel trend topics di Twitter #AbolisciQualcosa neanche uno dei post che avrei voluto leggereLe diete, la maturità, l’ansia, i calzini bianchi, quelli che ti toccano mentre parlano, il tiramisù coi pavesini, ma la ‘ndrangheta e l’emigrazione proprio no.

Intanto al Sud recentemente hanno arrestato 170 persone (operazione “Stige”) nell’ambito di un’inchiesta sulla criminalità organizzata e sui suoi appoggi, tra politica e imprenditoria. Quando Giovanni Minoli ha chiesto a Nicola Gratteri cosa ne pensasse del silenzio del ministro Minniti su quegli arresti, il pm antimafia ha dichiarato di non esserne sorpreso, e che già altre volte era accaduto.

Solo pochi giorni prima, d’altro canto, aveva fatto scalpore (si fa per dire) la foto delle decine di pullman pronti a riportare i meridionali – tornati a casa per le vacanze natalizie – verso il Nord dell’Italia e dell’Europa, dove sono andati a studiare e a lavorare. Secondo Svimez, 200.000 laureati scappati dal Sud negli ultimi 15 anni. Un’emorragia di cervelli ben attaccati a corpi sofferenti di persone costrette ad andare via perché al Sud, è la solita storia, non c’è futuro. Isaia Sales sul Mattino di Napoli ha snocciolato le proposte elettorali delle varie forze politiche, chiosando con uno sconsolato “nessuna parola sul Sud”. Flat tax, pensioni minime, taglio ai costi della politica, tasse universitarie, e neanche un Cetto La Qualunque a proporre autostrade di pilu per il Sud.

Tuttavia, per evitare il rituale piagnone alla chiagne-e-fotte occorre dire da subito che la responsabilità non è (solo) dei cattivoni nordisti, ma di una patetica classe dirigente meridionale che l’articolo 67 della Costituzione l’ha visto come una manna dal cielo: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. E ciao ciao al collegio, alla gente che ti ha votato. Una volta era consentito lamentarsi di Occhetto paracadutato nel collegio di Cosenza e sparito senza più tornarci, ora l’orrido ‘Rosatellum’ ha reso i collegi caselle nelle quali piazzare i dirigenti che si auto-perpetuano e si riproducono meglio di Dolly e delle due scimmiette cinesi.

Del Sud la classe politica meridionale e non solo meridionale parla esclusivamente nei termini di un bacino di voti, di segnaposto su una carta geografica: qui Stumpo, lì Broccolo. L’elettore è sempre più un ratificatore di scelte fatte altrove, e prima, e neanche – non dico un vincolo di mandato – ma un recall, un modo per prendere per un orecchio il rappresentante e dirgli “tu non mi stai rappresentando”. Tuttavia, occorre dirsi anche questo, distribuendo equamente le busiane (nel senso di Aldo Busi) ‘nerchiate’: se la classe politica meridionale (assieme a quella settentrionale) è così mediocre, così poco attenta alle questioni del Meridione, è perché c’è qualcuno che nel corso degli anni l’ha legittimata, ha avallato quel disinteresse. Quella classe dirigente non l’ha calata l’astronave. Si vede che qualcuno, con una classe dirigente così patetica, ci va a nozze.

Abolire qualcosa? Mi pare che l’unica cosa abolita davvero sia la Questione meridionale.