Donald Trump apre un nuovo fronte di conflitto, quello dei rapporti commerciali con la Cina. Facendo leva sul Trade Act del 1974 che concede al presidente americano l’ampia autorità di imporre dazi per tutelare le aziende straniere, il capo della Casa Bianca ha deciso di imporre per anni dazi del 30% sulle importazioni di pannelli solari e lavatrici negli Stati Uniti. La decisione del tycoon – riporta la stampa d’oltreoceano – prende le mosse dalle raccomandazioni della Us International Trade Commission, secondo la quale l’aumento delle importazioni di questi prodotti danneggia i produttori nazionali. “L’azione del presidente chiarisce ancora una volta l’intenzione dell’amministrazione di difendere i lavoratori americani”, afferma in una nota il Dipartimento del commercio.

Immediata la risposta di Pechino. Wang Hejun, acapo dell’Ufficio indagini commerciali del ministero del Commercio cinese, ha parlato di “forte disappunto” contro la decisione, definendola “un abuso dei rimedi commerciali”. La Corea del Sud si è detta pronta a ricorrere all’Organizzazione Mondiale del Commercio: Seul ritiene i dazi imposti da Trump una violazione delle norme della Wto: una decisione presa sulla base della politica interna senza tenere conto delle regole internazionali.

Da Davos i leader della globalizzazione ribattono a Trump prima ancora del suo arrivo al Forum economico mondiale venerdì: il protezionismo è una minaccia preoccupante. Se il premier indiano Narendra Modi, ospite d’onore dell’edizione di quest’anno del ‘Wef’, lo fa a parole indicando indicato nel terrorismo, nel cambiamento climatico e nel protezionismo “che rialza la testa” i principali problemi globali che ostacolano lo sviluppo, il primo ministro canadese Justin Trudeau chiude proprio l’accordo commerciale con l’Asia-Pacifico senza gli Usa, difendendone la riscrittura che tiene conto “degli interessi dei cittadini”. Per smontare la narrazione di Trump che vuole qualsiasi accordo commerciale come l’origine dell’impoverimento delle classi medie, Trudeau ha creato il suo CPTPP: che al TPP iniziale aggiunge la connotazione “comprehensive” e “progressive“. “Abbiamo inserito elementi progressisti per farne un win-win per tutti, è il giusto accordo che porterà più lavoro e prosperità per la classe media in Canada”.

Critiche anche dal fronte interno: la decisione costerà agli Stati Uniti la perdita di 23.000 posti di lavoro e la cancellazione di miliardi di dollari di investimenti, denuncia la Solar Energy Industries Association americana, che nei mesi scorsi aveva criticato la possibilità di imporre dazi doganali che – a suo avviso – fanno bene solo a due aziende: Suniva, società in bancarotta controllata per la maggioranza da investitori cinesi, e alla divisione americana della tedesca SolarWorld.

“Questa decisione incoraggerà aziende come LG a produrre negli Stati Uniti”, ha replicato il presidente, anche se il colosso sudcoreano era stato il primo insieme a Samsung a dirsi “deluso” per la mossa di Trump. Che in serata ha rilanciato: “Stiamo valutando eventuali dazi anche sull’acciaio e l’alluminio“, ha annunciato il tycoon nel giorno in cui il New York Times scrive che il procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller ha sentito nelle sue indagini l’attorney general Jeff Sessions ma anche l’ex capo dell’Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio 2017. La testimonianza, raccolta lo scorso anno, sarebbe stata incentrata su una serie di memo che Comey scrisse sulla sua interazione col presidente, tra cui uno sulla richiesta di mettere fine all’indagine sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. “Non sono preoccupato per l’interrogatorio di Jeff Sessions”, il commento del miliardario divenuto presidente.