Chiede di bloccare la fiction sul cronista assassinato da Cosa nostra. Nonostante fosse un giornalista del suo stesso giornale. Ammazzato perché aveva capito troppo della piovra. Dicono che a Palermo a volte i fatti scompaiano. Finiscono nei cassetti, archiviati e dimenticati. Provare a ricostruirli, infatti, è difficile. Anche dopo tanti anni. La storia di Mario Francese, evidentemente, non fa eccezione. Ucciso da Cosa nostra il 26 gennaio del 1979, trentotto anni dopo la vicenda del cronista del Giornale di Sicilia continua a essere fonte di aspre polemiche. E anche di qualche veleno mai sopito.

Il Giornale di Sicilia: “Bloccate la fiction su Francese” – Non si spiega altrimenti la richiesta avantazata dall’editore e direttore del principale quotidiano siciliano, che ha diffidato Mediaset dal mandare in onda la fiction dedicata al coraggioso cronista di giudiziaria. Prodotta da Tao 2 di Pietro Valsecchi, diretta dal regista Michele Alhaique e scritta anche da Claudio Fava, secondo i palinsesti dovrebbe andare in onda questa sera, domenica 21 gennaio, alle 21 su Canale 5. Per Antonio Ardizzone, però, si tratta “dell’ennesima occasione utilizzata da alcuni sedicenti moralisti, esponenti di un’antimafia sempre più parolaia e di maniera, per gettare discredito sull’immagine del Giornale di Sicilia e sulla condotta dei suoi editori”. Per invocare la cancellazione della fiction, l’editore e direttore del quotidiano palermitano firma addirittura un editoriale – insieme al vicedirettore Marco Romano – intitolato senza giri di parole “Antimafia e mistificazioni“, in cui annuncia anche di avere dato mandato ai suoi legali di comunicare la revoca dell’autorizzazione all’utilizzo del logo del quotidiano e di alcune pagine del giornale, riprodotte nella ficton. “Il tutto – si legge nell’editoriale – perchè questa rappresenta una ricostruzione dei fatti che non esitiamo a definire grossolanamente falsa, strumentalmente artefatta e platealmente incongruente nella tempistica, nella logica e nei contenuti”. A chiedere al Biscione di mandare in onda comunque la serie televisiva sono invece  l’Assostampa, la Federazione nazionale della Stampa e l’Unione Cronisti Italiani.

“Nessuno gli ha impedito di scrivere” – Ma cos’è che ha infastidito così tanto l’editore del quotidiano di via Lincoln a Palermo? A spiegarlo è Repubblica, che aveva anticipato la notizia della diffida indirizzata alle reti Mediaset. Probabilmente, ad Ardizzone non sarà piaciuta la scena in cui Francese viene avvisato dall’editore del giornale, che non gli vieta di scrivere ma gli intima: “Alla prima smentita…”. Quell’editore era Federico Ardizzone, padre dell’attuale numero uno del Giornale di Sicilia, l’uomo che a un certo punto – secondo i racconti forniti da Francesco La Licata alla commissione Antimafia – disse:  “Abbiamo scherzato. Prima di dire mafioso a uno, voglio la foto”. “I fatti – scrivono Ardizzone e Romano – sono che Mario Francese era un cronista del Giornale di Sicilia, ha firmato approfondite inchieste giornalistiche sul quotidiano smascherando sistemi torbidi e perversi. Mario Francese è stato ucciso per avere avuto il coraggio di scrivere queste cose sul Giornale di Sicilia senza che nessuno al Giornale di Sicilia glielo abbia mai impedito. Piaccia o meno ai finti moralisti dell’antimafia autoreferenziata dei teoremi e delle strumentalizzazioni”.

Il boss e l’editore: mafia e informazione in una foto – All’editore del quotidiano palermitano, poi, non deve essere piaciuto un altro passaggio della fiction: quello in cui si evoca la storia di una fotografia. Scattata al circolo del Tiro al volo, ritraeva Federico Ardizzone in compagnia di Michele Greco, il Papa di Cosa nostra. Una foto storica perché immortalava il numero uno della piovra con il numero uno dell’informazione siciliana: mafia e giornalismo a braccetto nella Palermo dei cento cadaveri all’anno. “A un certo punto della fiction – scrive Ardizzone – viene mostrata una foto di un mafioso, Michele Greco, insieme all’editore. Immagine che, se mai esistesse, risalirebbe a decenni prima, quando a Palermo sedevano allo stesso tavolo e si ritrovavano negli stessi circoli (quello del tiro a volo dell’Addaura, per esempio) politici, amministratori, prefetti, rappresentanti delle forze dell’ordine, insieme con personaggi che solo diverso tempo dopo sarebbero stati identificati dalle inchieste giudiziarie come mafiosi“. “Falso. Pateticamente falso. Tutti sapevano, alla fine degli anni Settanta, che Michele Greco a Palermo era il capo della mafia come Nitto Santapaola a lo era a Catania: e se con loro si incontravano prelati, editori, ministri e prefetti lo facevano nella piena consapevolezza che quei loro compagni incensurati di merende rappresentavano il potere utile ed indiscutibile di Cosa nostra”, dice invece Claudio Fava, consigliere regionale siciliano e coautore della sceneggiatura della fiction su Francese. “Di questo parla il film – aggiunge – Di questo non parla affatto la ‘smentita‘ del Giornale di Sicilia. Ora, non si chiede al GdS di essere il Washington Post. Ma pretendere il diritto a silenzio, all’oblio, alla reticenza e alla menzogna sulla storia di un loro giornalista ammazzato dalla mafia è cosa assai triste, ancor più che grave”.

La sentenza: “Rapporti provati tra l’editore e i boss” – La storia di quella fotografia emerge motivazioni della corte d’Assise d’Appello di Palermo che nel 2002 ha condannato Totò Riina, Michele Greco e gli altri boss della Cupola come mandanti dell’omicidio Francese. “Sin da piccolo ho avuto modo di rilevare personalmente una costante frequentazione, nei locali sede del tiro a volo, di Federico Ardizzone, Michele Greco e di mio zio Gioacchino Pennino”, ha raccontato ai giudici il pentito Gioacchino Pennino junior.  “Rapporti provati che legavano gli Ardizzone, proprietari ed editori del Giornale di Sicilia, a parecchi esponenti mafiosi, tra cui Michele Greco e Tommaso Spadaro“, si legge a pagina 414 delle motivazioni. Due pagine dopo, la corte presieduta dal giudice Giuseppe Oliveri ripercorre un’altra storia fondamentale: quella della “fuga di notizie che avveniva dall’interno del Giornale di Sicilia in favore di alcuni esponenti di Cosa nostra”. C’era un dossier che Francese aveva preparato. Un’inchiesta sul nuovo volto dei corleonesi che stavano scalando le gerarchie di Cosa nostra. Un vero e proprio scoop che è probabilmente il motivo per cui Francese muore. Quel lavoro, ricordano i giudici, “venne pubblicato dopo la sua morte sul supplemento settimanale del Giornale di Sicilia, in più puntate, con decorrenza dall’11 marzo 1979. La pubblicazione fu comunque soltanto parziale, come ha chiarito il figlio della vittima, Giuseppe Francese“. Per tutta la vita Giuseppe Francese ha lavorato per ricostruire la verità sull’omicidio di suo padre. Era tormentato da una domanda: come faceva Cosa nostra a sapere del dossier inchiesta al quale stava lavorando il padre? Una domanda rimasta insoluta. E nel 2002 il figlio del giornalista decise addirittura di suicidarsi.

Il dossier, lo stop e il cambio di linea – L’ennesimo lutto di una storia mai completamente chiarita. E in cui rimangono soltanto le parole tracciate dai giudici. “Certamente – si legge sempre nelle motivazioni della sentenza d’Appello  – con l’omicidio Francese, l’organizzazione mafiosa raggiunge molteplici importanti obiettivi ad essa favorevoli: l’eliminazione dell’unico – in quel momento – cronista particolarmente scomodo per le sue capacità di analisi sugli interessi ed equilibri dell’organizzazione medesima, non diversamente paralizzabile. E il rinvio della pubblicazione del cosiddetto dossier”. Ma non solo. Perché per i magistrati, quei colpi di pistola esplosi alle spalle del cronista, mentre stava rientrando a casa, rappresentano un momento di svolta per la storia della Sicilia.  “Da quel momento – annota la corte –  la linea editoriale del Giornale di Sicilia muta radicalmente, sino a divenire, negli anni dei pentimenti di Buscetta e Contorno e del primo maxi-processo, uno dei più feroci oppositori e critici dell’attività dei giudici componenti del cosiddetto pool-antimafia, definiti sceriffi e professionisti dell’antimafia ed attaccati quotidianamente con incisivi e dotti corsivi”. Quarant’anni dopo è lo stesso giornale che invoca lo stop della fiction dedicata al suo cronista ucciso da Cosa nostra. A Palermo, a volte, certi fatti scompaiono. E se non scompaiono, qualcuno prova a farli sparire.

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