La Cina continua a invecchiare. Lo rivelano gli ultimi dati rilasciati dall’Istituto nazionale di statistica, secondo i quali nel 2017 ci sono state appena 17,23 milioni di nuove nascite, in calo rispetto ai 17,86 milioni del 2016. Sono numeri che la Commissione per la Pianificazione Familiare e la Salute ha definito “di livello relativamente alto”, ma che deludono considerata la riforma della politica del figlio unico di epoca denghiana introdotta dal Paese più popoloso del mondo in forma blanda nel 2013 e ulteriormente potenziata il 1 gennaio 2016. Da allora, con l’obiettivo di rallentare l’invecchiamento e la conseguente riduzione della forza lavoro, sulla carta, tutte le coppie cinesi hanno diritto ad avere fino a un massimo di due figli.

I dubbi sull’efficacia delle nuove e troppo tardive norme si rincorrono da tempo. Le statistiche ufficiali comprovano che sebbene il 51% dei nuovi bambini sia un secondo figlio – 5 punti percentuali in più rispetto al 2016 – tuttavia, la tendenza generale rispecchia una minore inclinazione dei giovani cinesi alla procreazione. Non solo si fanno meno figli e li si fanno tendenzialmente più tardi, sono anche sempre meno le donne in età fertile. Giustificando i numeri, la Commissione ha messo in risalto come “fattori socioeconomici abbiano influenzato più chiaramente la volontà delle persone di dare alla luce e crescere un bambino”. A remare contro sarebbe un mix di costi finanziari, mancanza di servizi per l’infanzia e ambizioni lavorative, in passato meno condivise dalla popolazione femminile.

Con il risultato che, come dimostra un sondaggio condotto da All-China Women’s Federation su 10mila famiglie con figli sotto i 15 anni, il 53% delle coppie non sembra avere alcuna intenzione di dare alla luce un altro bambino. Uno schiaffo sonoro a quanti due anni fa predissero un imminente “baby boom” affidandosi alla tradizionale convinzione che maggiore è il numero dei figli maggiore è la prosperità del nucleo famigliare. Al tempo le proiezioni delle autorità parlavano di 17-20 milioni di nuovi nati l’anno nel periodo 2015-2020. “Penso che la Cina dovrà abbandonare del tutto la pianificazione famigliare entro il 2018”, commenta ai microfoni del South China Morning Post, Yi Fuxian, demografo della University of Wisconsin-Madison. Nell’ultimo anno, la stampa statale ha parlato in maniera informale della possibilità di assegnare incentivi economici alle coppie con già un bambino o di alzare i limiti ad almeno tre nascite per famiglia.

Secondo una ricerca condotta dal direttore dell’Istituto di Studi strategici internazionali della Scuola centrale del Partito, nelle ultime quattro decadi le politiche sul controllo delle nascite hanno privato l’ex fabbrica del mondo di 200 milioni di potenziali nuovi lavoratori. “Se non viene presa alcuna contromisura forte, il danno cumulativo di una riduzione della forza lavoro su domanda interna, redditi e Pil diventerà solo maggiore”, scrive l’esperto nell’ultimo numero di Research on Financial and Economic Issues. Il calo di 5 milioni di unità riportato tra la popolazione nella fascia d’età compresa tra i 16 e i 59 anni – quindi quella più produttiva – sembra avvalorare il cupo pronostico, reso anche più preoccupante dall’aumento esponenziale degli over 65: 158,31 milioni, ovvero l’11,4% del totale, in aumento rispetto al 10,8% dell’anno precedente.

Mentre l’erosione della manodopera potrebbe venire attenuata grazie a uno slittamento da un’economia labor intensive verso un modello di crescita più sostenibile e trainato da settori in cui la “qualità” del lavoro conta più della “quantità”, il rapido invecchiamento sta avendo ripercussioni sociali a cui l’establishment non sembra ancora aver trovato soluzione. Prendendo atto del problema, lo scorso ottobre, durante il Diciannovesimo Congresso del Partito, il presidente Xi Jinping ha sentenziato che il governo “promuoverà il coordinamento tra le politiche sulle nascite e le altre strategie economiche e sociali”.

A impensierire i piani alti è soprattutto il progressivo svuotamento dei fondi pensionistici provinciali, circa la metà dei quali – stando all’Accademia delle Scienze Sociali – sarebbe già in deficit. Le tre province dell’Heilongjiang, Jilin e Liaoning sono quelle più in affanno a causa della chiusura degli stabilimenti industriali colpiti dalla lotta all’inquinamento e dal massiccio flusso in uscita di lavoratori, migrati verso altre aree del Paese.

Proprio la distribuzione geografica parrebbe avere un peso determinante sulle strategie demografiche. Lo dimostra l’allarme lanciato lo scorso marzo da Sun Xiaomei, membro dell’Assemblea nazionale del popolo nonché docente presso la China Women’s University di Pechino. Per l’esperta, chi invoca un ulteriore rilassamento delle politiche sulle nascite “dovrebbe andare nelle piccole città a controllare gli ospedali”. Infatti, è nei nuclei urbani di terza e quarta fascia, dove il costo della vita è più contenuto ma le strutture sanitarie sono meno performanti, che si sta verificando il tanto atteso “baby boom”.

di China Files

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