Ogni volta che si va a votare i partiti progressisti si rendono conto che la destra rischia di vincere “parlando alla pancia degli italiani”.
Così quel topinambur di Berlusconi può andare in tv a dire che la criminalità è aumenta. E puoi affannarti quanto vuoi a snocciolare i dati che dimostrano che la criminalità è molta meno di quando al governo c’era lui col suo cerchio magico ricco di superman inquisiti e condannati.
In Italia ci sono 5 milioni di persone che in vario modo si danno da fare per migliorare il mondo (anche in questo siamo tra i primi del mondo!) ma ci sono 45 milioni di svaporati che si limitano a dire che fa tutto schifo e poi votano col culo.

La crisi italiana dipende innanzitutto dal disinteresse dei politici per la crescita culturale dei propri elettori. E non mi riferisco a quanti libri si leggono ma agli stili di vita.
I partiti se ne fregano di diffondere quei comportamenti che farebbero crescere la partecipazione della gente. Esperienze concrete che formano nuovi modi di pensare. Il vecchio Marx diceva che sono le condizioni materiali di vita a formare il modo di pensare…
Ad esempio, nel 2007 dopo una strenua battaglia riuscimmo a far passare la legge sul fotovoltaico.
Gli incentivi rendevano possibile finanziare l’impianto con un mutuo ventennale che veniva ripagato con tre quarti del rendimento elettrico. In questo modo famiglie e imprese potevano da subito ottenere un utile annuo pari a un quarto della produzione elettrica! Quindi molta energia gratis subito!

Una legge eccellente!
Solo che i partiti progressisti si scordarono di spiegarla agli italiani.
E nessuno si occupò di sistemi di garanzia sulla qualità degli impianti, accordi quadro con le banche per i mutui…
Non lo fecero i partiti e neppure le grandi associazioni, Arci, Acli, lega delle cooperative, sindacati, e quella che allora era l’associazione Amici di Beppe Grillo.
Noi cercammo di smuovere la situazione agendo direttamente, da soli.
Organizzammo corsi per 260 elettricisti e ingegneri, tenemmo assemblee paese per paese in provincia di Perugia, creammo un consorzio di installatori e progettisti che si certificavano reciprocamente, stabilimmo prezzi trasparenti, contrattammo condizioni collettive con le banche e le assicurazioni, offrimmo un servizio di informazione, assistenza e garanzia post impianto per gli aderenti al nostro gruppo di acquisto. E realizzammo 450 impianti.
Qualcun altro scelse di puntare nella stessa direzione, ma furono in pochi. A Reggio Calabria e Messina, Accorinti e una torva di boy scout e suore riuscì a ottenere moltissimi tetti ecclesiali e privati, costruendo un enorme impianto sociale. Ogni mese usavano il 25% dell’energia prodotta per finanziare attività sociali. Poi Accorinti fu eletto sindaco.

Il movimento progressista italiano perse l’occasione di migliorare l’economia di milioni di persone, creare posti di lavoro, ridurre l’inquinamento.
E perse un’occasione per far capire a milioni di italiani che la politica può servire a migliorare le condizioni di vita.
E non solo. Essere produttori di energia cambia il modo di pensare. Le collettività autosufficienti energeticamente, che producono cibo, gestiscono acquisti collettivi, barattano manufatti e servizi, riusano, riciclano non hanno solo vantaggi materiali, è una questione di cultura e di prospettive di vita.

Ed è anche un passaggio evolutivo strategico: il lavoro come oggi lo concepiamo diminuirà radicalmente grazie alla digitalizzazione e ai robot. Una quota del tempo lavoro dipendente potrà essere rimpiazzata solo da gruppi di cittadini che impiegano parte del loro tempo gestendo l’acquisto e la produzione dei beni.
Oggi i lavoratori hanno una sola fonte di guadagno che permette loro di pagare al sistema del commercio una tassa cospicua. Organizzando acquisti consociati e programmati possono risparmiare molto denaro, dal 20 al 30% di quanto spendono.

Si tratta di immaginare un modo diverso di ricomporre l’economia delle famiglie, aumentando autoconsumo, riuso, gestione di sistemi d’acquisto e servizi collettivi.
Il che vuol dire chiedere ai cittadini un impegno diretto, una capacità di iniziativa, una visione. E quando hai gente così poi non la imbrogli con le fake news.
Non si tratta di idee nuove, il movimento cooperativo italiano è stato per decenni un gigantesco sistema di gruppi di acquisto, avevamo anche banche e assicurazioni.
La socializzazione dei consumi ha fatto a lungo la differenza tra poter comprare il cappotto per i bambini o non poterlo comprare. Poi il boom economico e un certo benessere ha diminuito la necessità della cooperazione e le organizzazioni progressiste hanno smesso di vedere la cultura cooperativa come centro strategico.

Oggi la società non ha altre possibilità: i robot sono alle porte.
La scelta è tra una società dominata da disoccupazione, demotivazione e ignoranza e coglioni eletti da un popolo rimbesuito e una società nella quale i cittadini diventano imprenditori collettivi e crescono culturalmente via via che prendono il controllo del loro tempo e della loro economia.
E se le persone comprano sulla base di scelte ragionate non sono più ammaliate dagli oggetti griffati, dagli status symbol, dai mantra televisivi. Chi sceglie di rivoltare il colletto della camicia non risparmia solo i soldi di un acquisto superfluo.
È una scelta culturale profondamente diversa che prevede un ragionamento sulle priorità della vita.

Lo stesso discorso potremmo farlo per la vita sociale, per la  prevenzione del crimine, per lo sviluppo di nuove tecnologie e per qualità della scuola. In questi settori il movimento progressista ha rinunciato a mettere il coinvolgimento della gente al centro della propria iniziativa.
Ma lo spazio è abbondantemente finito, ne parliamo la prossima settimana, ma intanto anticipo che non voglio fondare un nuovo partito, voglio fare la rivoluzione culturale.